La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 7 luglio 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 7 luglio 2019

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7 luglio 2019. IV Domenica dopo Pentecoste, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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Nel rito ambrosiano, in questa quarta domenica dopo Pentecoste viene proclamato il Vangelo che contiene l’insegnamento di Gesù sul quinto Comandamento.

Vangelo della Messa (Matteo 5, 21-24)
In quel tempo. Il Signore Gesù disse: «Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai”; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna.

Commento
In soli quattro versetti l’evangelista san Matteo riporta l’insegnamento di Gesù sul quinto precetto del decalogo (Esodo 20,13 e Deuteronomio 5,17), tradotto nella lingua italiana con l’espressione «Non uccidere» nella versione usata dai cattolici, e con l’espressione «Non ucciderai» nella versione usata dai riformati (protestanti). Gesù nel discorso della montagna utilizza quest’ultima espressione. C’è una sottigliezza linguistica tra le due espressioni: con l’infinito presente «Non uccidere» il precetto circoscrive il comando all’attimo in cui viene pronunciato, mentre con l’indicativo futuro «Non ucciderai» il precetto è esteso a tutta la vita di una persona, quindi ritengo che la versione usata dai protestanti sia da preferirsi.

Osserviamo anzitutto che il precetto, quando fu emanato, non riguardava l’esecuzione della pena di morte, prevista in molti casi descritti nello stesso Primo Testamento (omicidio volontario [Esodo 21,12], riduzione in schiavitù [Esodo 21,16 e Deuteronomio 24,7], idolatria [Esodo 22,19], bestemmia [Levitico 24,15-16], profanazione del sabato [Esodo 31,14-15], stregoneria [Esodo 22,17 e Levitico 20,27], percuotere i genitori [Esodo 21,15], maledire i genitori [Esodo 21,17 e Levitico 20,9], adulterio [Levitico 20,10 e Deuteronomio 22,22], incesto [Levitico 20,11-12.14.17], sodomia [Levitico 20,13], bestialità [Esodo 22,18 e Levitico 20,15-16]); il precetto proibiva l’uccisione di una persona da parte di un privato che poteva essere dettata da qualsiasi motivo, come la gelosia o il diritto soggettivo a farsi giustizia da sé. Era prevista un’eccezione: il caso del vendicatore del sangue di un omicidio (Numeri 35,19).

Nel Nuovo Testamento Gesù prende posizione esplicita soltanto per quanto riguarda l’adulterio, con l’episodio dell’adultera perdonata da lui (Giovanni 8,2-11), ma, benché non pronunci una condanna esplicita della pena di morte, Egli mette in discussione i fondamenti che nell’antico Israele ne legittimavano l’applicazione, come ad esempio la legge del taglione (Levitico 24,19-20 e Deuteronomio 20,19-21]: «Avete inteso che fu detto: occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al male; anzi, se uno ti colpisce alla guancia destra, tu porgigli anche la sinistra» (Mt 5,38-39). In ambito cattolico e in quasi tutta la cristianità, la pena di morte fu considerata una misura necessaria per difendere la società civile fino al secolo scorso, tant’è che fu in vigore, per quanto mai applicata, nello stesso Stato della Città del Vaticano fino al 1969 e nella Repubblica Italiana fino al 1948 per reati civili e fino al 1994 per i militari in guerra, nella quale le esecuzioni capitali sono state eseguite fino al 1947.

Se la coscienza civile e religiosa attuale rifiuta la pena di morte non è quindi in virtù del quinto comandamento, ma perché essa non permette la redenzione del reo che in ambito religioso chiamiamo peccatore. C’è però anche un altro motivo che sconsiglia di usare questo estremo rimedio per tutelare la società ed è la possibilità dell’errore giudiziario, di cui si potrebbero citare molti esempi: 300 casi nei trent’anni precedenti il 2014 negli Stati Uniti d’America. Inutile dire che la pena di morte nelle dittature è un espediente legale per eliminare gli oppositori del regime (largamente praticata per esempio in Cina).

L’insegnamento di Gesù non riguarda comunque la guerra. Quella di difesa rimane legittima, come pure l’ingerenza militare dall’esterno in un paese dove vi è la guerra civile all’unico scopo, però, di pacificarlo. Nel testo evangelico si tratta piuttosto dei rapporti fraterni, dove la parola “fratello” indica per gli ascoltatori di Gesù gli Israeliti, per i destinatari del Vangelo secondo Matteo i cristiani, e per tutti, indica l’intera umanità in quanto tutti siamo stati creati ad immagine e somiglianza di Cristo. Gesù amplia la portata del comandamento, accostando all’omicidio tre forme di uccisione della dignità umana consistenti nell’ira, nella denigrazione e nell’ingiuria.

Quanto all’ira nei confronti del fratello è sufficiente per essere sottoposti al giudizio come per l’omicidio; quanto alla denigrazione, nella fattispecie insultare il prossimo dandogli dello stupido cioè dell’incapace (anche se fosse vero) è materia per il supremo tribunale del Sinedrio, per noi equivalente alla Corte d’Assise che è competente per gli omicidi; quanto all’ingiuria del fratello, dandogli del pazzo, Gesù decreta già la sua condanna definitiva al fuoco della Geènna, che era l’immondezzaio di Gerusalemme, a sud-ovest della città, dove ardeva continuamente il fuoco, immagine usata dal divino Maestro per indicare l’inferno.

Molti cristiani superficiali si recano a confessarsi, reputando la Confessione non un sacramento dell’incontro tra Gesù mio salvatore, cioè colui che vuole la mia salvezza o salute o benessere (salus) e me persona limitata e perciò imperfetta, peccatrice, ma semplicemente una sorta di passaporto per accedere alla Comunione. Per molti di costoro la conversione, ovvero l’impegno a tentare di migliorare se stessi o di chiedere l’aiuto divino per farlo, non esiste, perché sono già cattolici praticanti che non “perdono” la Messa alla domenica e nelle altre feste comandate. Per loro la maldicenza, il disprezzo delle persone cadute nei vizi, il disprezzo nei confronti di chi non è cattolico, insomma di chi non è “per bene”, quindi degli zingari, dei musulmani, degli “extra-comunitari”, degli immigrati, dei naufraghi, dei “negri”, persino di chi politicamente non la pensa come loro, non è peccato, anzi è difesa della propria identità cristiana di italiani. Queste persone dicono spesso che quanto al rubare non hanno rubato e quanto all’ammazzare non hanno ammazzato nessuno, quindi non hanno nessun peccato. A rigori, il confessore dovrebbe benedirli e non dare alcuna assoluzione perché già santi. In realtà, sono ciechi e ipocriti come i farisei ai quali Gesù dedica le sue invettive. Essi in realtà rubano quando non pagano esattamente tutte le imposte («Date a Cesare quello che è di Cesare», Matteo 22,11, Marco 12,17, Luca 20,25) e uccidono quando non rispettano la dignità umana.

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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