La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 23 agosto 2020

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Domenica 23 agosto 2020. Domenica che precede il martirio di san Giovanni il Precursore, Anno A. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. I sommi sacerdoti, gli scribi e gli anziani mandarono dal Signore Gesù alcuni farisei ed erodiani, per coglierlo in fallo nel discorso. Vennero e gli dissero: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e non hai soggezione di alcuno, perché non guardi in faccia a nessuno, ma insegni la via di Dio secondo verità. È lecito o no pagare il tributo a Cesare? Lo dobbiamo dare, o no?». Ma egli, conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: «Perché volete mettermi alla prova? Portatemi un denaro: voglio vederlo». Ed essi glielo portarono. Allora disse loro: «Questa immagine e l’iscrizione, di chi sono?». Gli risposero: «Di Cesare». Gesù disse loro: «Quello che è di Cesare rendetelo a Cesare, e quello che è di Dio, a Dio». E rimasero ammirati di lui (Mc 12, 13-17).

Là giù trovammo una gente dipinta
che giva intorno assai con lenti passi,
piangendo e nel sembiante stanca e vinta.
Elli avean cappe con cappucci bassi
dinanzi a li occhi, fatte de la taglia
che in Clugnì per li monaci fassi.
Di fuor dorate son, sì ch’elli abbaglia;
ma dentro tutte piombo, e gravi tanto,
che Federigo le mettea di paglia.
Oh in etterno faticoso manto!

(Dante Alighieri, Inferno XXIII, 58-67).

Alcune autorità del Tempio mandano ad interrogare Gesù “per coglierlo in fallo nel discorso”. La questione è spinosa: affronta il tema del rapporto tra religione e responsabilità civile. Al tempo di Gesù si dibatte apertamente sulla liceità del tributo che la burocrazia imperiale impone ad ogni adulto in Israele: non è forse il Signore l’unica autorità cui rispondere, l’unico proprietario della terra concessa ai padri, e che Cesare vuole sottoporre a tributo? Che diritto ha dunque lo straniero di accampar pretese?

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Ma la questione è, nelle intenzioni degli antagonisti di Gesù, solo un pretesto per metterlo alla prova, per tendergli l’insidia di un laccio rovinoso. Siamo sulla spianata del Tempio, e quale che sia la risposta di Gesù, si inimicherà l’una o l’altra parte: i nazionalisti e i fondamentalisti religiosi, che negano la legittimità del tributo a Cesare, o gli erodiani e i Romani, cui la risposta sobillatrice del rabbino galileo potrà esser denunciata.

Gesù ha le risorse per sottomettersi alla prova, e lo fa. La furba sottigliezza della risposta costringerà perfino i suoi avversari al tributo dell’ammirazione. Ma prima di rispondere, smaschera l’ipocrisia degli interlocutori. “Conoscendo la loro ipocrisia, disse loro: Perché volete mettermi alla prova?”.

L’ipocrisia è anzitutto un grave peso sulle spalle, dice Dante. Il poeta immagina che gli ipocriti siano, nell’ottavo cerchio dell’Inferno, sottoposti alla punizione di una pesante cappa di piombo, che essi portano come i monaci del glorioso monastero di Cluny in Borgogna: ampie cocolle dalle larghe e lunghe maniche, e grandi cappucci da poterci nascondere lo sguardo. “Gente dipinta”, dice Dante: non è chiaro se in viso, come quelli che si trascoloran le fattezze per fingere di essere impegnati nell’estenuazione del digiuno (anche Gesù ironizza su questi qui), o se il riferimento è alle cappe, che fuori sono dorate e scintillanti, e dentro sono piombo che impaccia ogni passo. A confronto di quelle, gli strumenti di tortura di Federico II di Svevia eran leggere come erba secca.

L’ipocrita – dice Dante – è impegnato in vita a trascinare il peso sfiancante di una continua ricerca dello sguardo altrui, della elaborazione di una strategia per accattivarsi chi ha di fronte e condurlo dove vuole. È il gravame dell’inganno accarezzato, che succhia le energie e impedisce il libero cammino.

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Dante immagina la punizione degli ipocriti come una lentissima processione di monaci. Suggerisce che non c’è forma di ipocrisia peggiore di quella velata da fattezze religiose. Gesù la smaschera apertamente negli interlocutori perché li vuole liberare. La sua risposta è un invito ad impegnar le loro forze nel cercare il sentiero della verità che libera, la via dei dati di fatto, il percorso del rigore morale: Fate quel che bisogna fare, non spendete tempo e risorse nell’iniquo doppio gioco. Date a Dio il suo posto nella vita, e Cesare troverà il suo di conseguenza. Ma smettetela di far della religione una processione di ipocrisia: non vi accorgete di quanto faticate per tener nascoste le vostre intenzioni? Io sono sorto sotto il cielo per aiutarvi a dismettere questi panni che vi sfiancano. La verità vi vuole liberare: non avete nostalgia di passi senza piombo?

L’ipocrisia religiosa è un brutto male. Ne mostra i segni chi usa dei tratti religiosi non per celebrare la propria gratitudine al Signore per l’avventura della vita, o per chiedergli aiuto nel faticoso travaglio di esistere, ma per raggiungere altri fini, guadagnar altro vantaggio, dal voto dell’elettore al consenso della folla.

Se ne siamo ammorbati, il Signore ce le liberi.

Il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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