La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 21 luglio 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 21 luglio 2019

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21 luglio 2019. VI Domenica dopo Pentecoste, anno C. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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Nel rito ambrosiano, in questa sesta domenica dopo Pentecoste dell’anno C viene proclamato il Vangelo della morte di Gesù in croce secondo Giovanni.

Vangelo della Messa (Giovanni 19, 30-35)
In quel tempo. Dopo aver preso l’aceto, Gesù disse: «È compiuto!». E, chinato il capo, consegnò lo spirito. Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato – era infatti un giorno solenne quel sabato –, chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. Vennero dunque i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate.

Commento
Il tema di questa domenica è quello della nuova e definitiva alleanza che Dio stringe con tutta l’umanità attraverso il sacrificio della croce. La nuova alleanza sostituisce quella sottoscritta attraverso Mosè nel deserto del Sinai, descritta in Esodo 24, 3-18, testo che viene proclamato come prima lettura della Messa di questa sesta domenica dopo Pentecoste. La definitività di questa nuova alleanza è ricordata dal redattore della Lettera agli Ebrei 8, 6-13, testo che viene proclamato come epistola della Messa di questa stessa domenica. Di questo testo riporto i versetti più significativi: «…questa è l’alleanza che io stipulerò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore: porrò le mie leggi nella loro mente e le imprimerò nei loro cuori; sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo. Né alcuno avrà più da istruire il suo concittadino, né alcuno il proprio fratello, dicendo: “Conosci il Signore!”. Tutti infatti mi conosceranno, dal più piccolo al più grande di loro. Perché io perdonerò le loro iniquità e non mi ricorderò più dei loro peccati» (vv. 10-12). Questa nuova e definitiva alleanza è per tutti i popoli, come Gesù dice nell’ultima Cena: «Poi prese il calice e, dopo aver reso grazie, lo diede loro, dicendo: Bevetene tutti, perché questo è il mio sangue dell’alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati» (Matteo 26, 27-28, cfr. Marco 14, 23-24), dove con “molti” si intendono le “moltitudini”, quindi “tutti”, come è anche tradotto nella Liturgia in italiano, nella preghiera eucaristica.

Commentiamo il testo giovanneo. Gesù prende l’aceto, che in realtà era misto a bile, come precisa san Matteo (27, 34). San Giovanni riporta come ultime parole di Gesù l’espressione «È compiuto». Appena prima, lo stesso evangelista, anche riguardo alla precedente espressione di Gesù «Ho sete», spiega che esse furono pronunciate da Gesù «sapendo che ormai tutto era compiuto», e che le «disse per adempiere la Scrittura» (Giovanni 19,28). Riguardo all’aceto, si tratta del Salmo 68, 22b: «quando avevo sete mi hanno fatto bere l’aceto» e, riguardo le parole del compimento, esse manifestano la coscienza di Gesù di avere eseguito fino in fondo l’opera per la quale era stato mandato in questo mondo dal Padre: «Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l’opera che mi hai dato da fare» (Giovanni 17,4), cioè l’annuncio del vangelo di salvezza per l’umanità, rimanendo fedele ad esso fino alla morte di croce, pur prevista.

Nel momento della morte, l’evangelista evidenzia che Gesù «chinato il capo, consegnò lo spirito». Molti commentatori vedono in questa espressione il dono dello Spirito Santo all’umanità, un anticipo della Pentecoste. In realtà, il Vangelo ci dice che Gesù donò lo Spirito Santo ai discepoli la sera di pasqua (vedi Giovanni 20, 22), perciò preferisco seguire il padre domenicano Louis Chardon che così scriveva nel 1650: «Il Salvatore prima di morire china il capo, mentre gli altri uomini lo chinano soltanto dopo essere morti. Questo è perché egli aveva un potere sovrano sulla morte […] e il Salvatore dichiara a suo Padre l’abbandono più generoso, […] Gesù affida il suo spirito» (trad. it. Una meditazione al giorno sulla Passione di Gesù, Bologna 2004, p. 398).

La morte avviene nel giorno della Parasceve, cioè il giorno che precede la festività del sabato, ma quel sabato era quello della pasqua, per cui essendo sconveniente che rimanessero appesi al patibolo in quella solennità, i Giudei chiesero a Pilato che fosse loro affrettata la morte, spezzandone le gambe, per portarli via subito. Per Gesù, già morto, un soldato con una lancia colpisce il fianco da cui esce sangue ed acqua. Giuseppe Ricciotti riferisce che questa fuoriuscita di sangue e acqua venne spiegata da fisiologi inglesi con la rottura del cuore precedente al colpo di lancia, che avrebbe determinato un’emorragia al pericardio e una successiva decomposizione del sangue, con i globuli rossi depositati in basso e il siero acquoso sospeso in alto; una volta aperto il pericardio con il colpo di lancia, l’elemento sanguigno e quello acquoso sarebbero usciti separati fra loro. Gesù sarebbe morto col cuore spezzato dal dolore (G. Ricciotti, Vita di Gesù Cristo, § 616). San Giovanni Crisostomo vede nell’acqua e nel sangue i simboli del Battesimo e dell’Eucaristia (vedi Catechesi 3, 13-19).

L’evangelista punta sulla veridicità della propria testimonianza, perché i destinatari del suo Vangelo credano. La fede si basa sul fatto storico dell’esistenza e della morte di Gesù in croce, condizione indispensabile per la successiva risurrezione e che dà significato a tutta la sua missione e a tutte le sofferenze dell’umanità. La morte fu negata anticamente dai doceti, eretici dei primi tre secoli del cristianesimo che pensavano a Gesù come un angelo in forma umana, e successivamente dai musulmani, secondo i quali Gesù sarebbe asceso al cielo senza morire e la crocifissione sarebbe un’invenzione cristiana. Noi, ovviamente, stiamo alla testimonianza di Giovanni, l’unico apostolo presente al momento della morte di Gesù, oltre a sua Madre e alle pie donne.

Come vive la Chiesa oggi questo Vangelo? Purtroppo, guardandoci in giro, la centralità della croce è messa da parte. Basta vedere che essa è scomparsa nella maggior parte degli altari dove si celebra, per cui la Messa non è più percepita come la ripresentazione del Sacrificio della Croce, ma solo come Eucaristia-Comunione, ricordo dell’istituzione avvenuta nell’ultima Cena. Ma Gesù in quell’ultima Cena aveva spiegato bene che quel Pane e quel Vino non erano soltanto il suo Corpo e il suo Sangue da mangiare e da bere, ma anche il segno della nuova alleanza che viene siglata con il suo sacrificio. La stessa catechesi ai bambini è piuttosto lacunosa, per non dire fuorviante, in Italia e altrove.

La vita di Gesù ha valore anche per il modo in cui ha accettato la sofferenza. Come la vive l’uomo di oggi? Non certo come l’hanno vissuta le scorse generazioni, e in modo mirabile san Giovanni Paolo II. Il mondo rifiuta apertamente la sofferenza e questa mentalità è diffusa anche in moltissimi cristiani. Di qui, le leggi sull’eutanasia e sul suicidio assistito. Di qui anche il rifiuto di ospedali d’oltralpe alle cure per bambini per i quali, a priori, viene deciso di lasciarli morire. Ma una società che ha come punti di riferimento un giudizio soggettivo o giuridico sul diritto alla vita che cosa ha di diverso dal nazismo? E che prospettive ha se non il proprio suicidio come società?

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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