La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 2 agosto 2020

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Domenica 2 agosto 2020. IX Domenica dopo Pentecoste, Anno A. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. Il Signore Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola. Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Figlio, ti sono perdonati i peccati». Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Quello si alzò e subito presa la sua barella, sotto gli occhi di tutti se ne andò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!» (Mc 2,1-12).

“Non è possibile immaginare una punizione più crudele di quella di inserire una persona all’interno di un qualche gruppo e poi far sì che questi rimanga completamente dimenticato da tutti gli altri membri. Nessuno si volta quando entriamo, nessuno risponde quando parliamo, o presta attenzione a ciò che facciamo, e se ci capita di incontrare qualcuno sei come morto; di fronte alle nostre azioni è come se non esistesse alcun pensiero. Crescerebbe ben presto in noi una sorta di rabbia impotente, a confronto della quale forse la forma di tortura fisica sarebbe considerata un sollievo” (William James).

La gente è seduta fin nel cortile. Il rabbino di Nazaret, sceso dalle colline, e che da qualche tempo si è messo a predicare in città, è irraggiungibile, al di là del muro di persone. Il paralitico si ritrova fin da subito nella condizione del tagliato fuori, dell’escluso. È un senza-parola. E il rabbino, che semina la Parola, è anch’egli, ancora una volta, troppo lontano. È la tragica condizione di chi non riesce ad esistere abbastanza. Non esser guardati assottiglia l’esistenza, genera la rabbia di non sentirsi riconosciuti. Quella rabbia, dice William James, è una orribile forma di tortura.

L’intraprendenza dei quattro amici e l’accoglienza di Gesù permetteranno alla sua rabbia di sciogliersi e trovare il sentiero della vita, evitando il rischio penoso che si traduca in morsi contro se stesso. Quando però non c’è chi lo porti al centro della stanza e quando non trova uno spazio di accoglienza che gli permetta di esistere al cospetto altrui, quella rabbia sorda e muta macererà in qualche forma di violenza.

Penso a chi arriva da terre lontane e violentate. Approda da senza-parola alle coste d’Europa e si ritrova nella condizione del paralitico di Cafarnao. Sente di non esistere, non incrocia sguardi a cui attingere forza e alimento di speranza. Si aggrapperebbe a parole di vita, che però cadono sempre troppo lontano da lui. Penso a chi specula su questo dolore, e offre dentro la casa di Cafarnao non Parola di vita e spazio di riconoscimento, ma slogan razzisti e accenti d’odio per cavalcare frustrazione e alimentare spettri e divisioni nell’immaginazione di chi è seduto ad ascoltare.

Il discepolo di Gesù, per la parola stessa del maestro, deve sempre di nuovo imparare a girarsi, render conto a se stesso della presenza di chi attende un cenno di riconoscimento, e fargli lo spazio necessario a che possa anch’egli sedersi al banchetto della vita.

Siamo tutti a rischio di esser solo schiena, non abbastanza sguardo.

Il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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