La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 14 aprile 2019

La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo ambrosiano del 14 aprile 2019

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14 aprile 2019. Domenica delle Palme nella Passione del Signore. Commento al Vangelo, di don Ezio Fonio.

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Siamo alla VI Domenica di Quaresima che è detta anche “Domenica delle Palme nella Passione del Signore” per il ricordo dell’ingresso di Gesù in Gerusalemme, osannato dalle folle con rami di palma, nella stessa settimana in cui Egli subirà la Passione. Nella Messa si legge il Vangelo della cena di Betania.

Vangelo della Messa (Giovanni 11,55-12,11)
In quel tempo. Era vicina la Pasqua dei Giudei e molti dalla regione salirono a Gerusalemme prima della Pasqua per purificarsi. Essi cercavano Gesù e, stando nel tempio, dicevano tra loro: «Che ve ne pare? Non verrà alla festa?». Intanto i capi dei sacerdoti e i farisei avevano dato ordine che chiunque sapesse dove si trovava lo denunciasse, perché potessero arrestarlo.
Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. E qui fecero per lui una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. Maria allora prese trecento grammi di profumo di puro nardo, assai prezioso, ne cosparse i piedi di Gesù, poi li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì dell’aroma di quel profumo. Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che stava per tradirlo, disse: «Perché non si è venduto questo profumo per trecento denari e non si sono dati ai poveri?». Disse questo non perché gli importasse dei poveri, ma perché era un ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché ella lo conservi per il giorno della mia sepoltura. I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me». Intanto una grande folla di Giudei venne a sapere che egli si trovava là e accorse, non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. I capi dei sacerdoti allora decisero di uccidere anche Lazzaro, perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Commento
Gesù, dopo aver richiamato in vita Lazzaro, si allontana temporaneamente dalla Giudea per rifugiarsi a Efraim in Samaria con i suoi discepoli, ma poi vi ritorna per andare a trovare Lazzaro e le sue sorelle, benché sapesse che era stato emanato contro di lui l’ordine di arresto per processarlo e metterlo a morte. La risurrezione di Lazzaro aveva destato preoccupazione tra i capi dei sacerdoti e i farisei, convinti che Gesù, divenuto molto popolare con questo miracolo, avrebbe potuto provocare una sommossa popolare che i Romani avrebbero represso con la conseguente fine della nazione dei giudei.

La cena di Betania si colloca in questo contesto. Gesù viene accolto da Marta e Maria e dal loro fratello Lazzaro. Alla cena partecipano anche i discepoli, infatti il testo ci parla di un intervento di Giuda Iscariota.

Come si usava nei confronti dell’ospite, vengono lavati i piedi di Gesù. Le strade a quel tempo erano sterrate e polverose, e per lo più si camminava a piedi, senza calze, e le calzature, quando venivano usate, erano i sandali, per cui quando si entrava in una casa, specialmente per i pasti, era necessario lavarsi i piedi. L’ospitalità comportava che chi ospitava facesse questo servizio. In questo caso è Maria, che non si limita a lavare i piedi di Gesù, ma prende una libbra (la versione attuale traduce con trecento grammi) di nardo puro, per profumare i piedi del Maestro, che poi asciuga con i propri capelli.

L’olio di nardo veniva usato come profumo, come fumogeno nell’offerta dell’incenso al tempio di Gerusalemme e come unguento per i cadaveri prima della sepoltura. Esso veniva distillato dal rizoma (la parte sotterranea del fusto) di una pianta erbacea, appartenente alla famiglia delle Valerianacee, dal nome scientifico di Nardostachys grandiflora che cresceva e cresce sulle montagne dell’Himalaya. Questa essenza era portata ai popoli del Mediterraneo dai commercianti di spezie che percorrevano con i loro cammelli la “via della seta” e per questa sua rarità e provenienza da luoghi lontani era molto costoso. Apprendiamo da Giuda Iscariota che quella libbra di olio valeva trecento denari, vale a dire un denaro al grammo. Il denaro romano era una moneta d’argento che corrispondeva al salario di un giorno di un operaio agricolo, per cui per comperare una libbra di nardo occorreva lo stipendio di un anno, calcolando che i sabati erano dedicati al riposo.

La grande quantità di nardo usata da Maria fa sì che la fragranza si diffonda per tutta la casa. Ella asciuga i piedi di Gesù con i propri capelli, così che lo stesso profumo avvolge lei e il suo Signore. Elide Siviero osserva che i capelli di Maria profumano come Gesù, come se lei volesse conservare su di sé il ricordo di quel momento. Il gesto di Maria è l’espressione di una fede e di un amore profondi, sacrificando quanto ha di più prezioso per il Maestro.

Il fatto che Maria possedesse quest’olio costoso ci dice che la famiglia era di condizioni agiate e tuttavia appare uno spreco a chiunque, tant’è che Giuda Iscariota, che era il cassiere della comunità itinerante di Gesù, fa notare al divino Maestro che si sarebbe potuto vendere quell’olio per soccorrere i poveri. A parte l’osservazione relativa a Giuda che era ladro e non gli importasse dei poveri, in un’epoca come l’attuale, dove la povertà è in aumento e la sensibilità della Chiesa verso i poveri si è accentuata sotto il pontificato di Francesco, appare sconcertante la risposta di Gesù: a differenza di lui i poveri li avremo sempre con noi, mentre quel profumo servirà per la sua sepoltura. Qui, intanto, abbiamo la profezia di Gesù sulla prossima sua morte, e poi il fatto che l’aiuto ai poveri, sempre doveroso, non esclude le giuste spese per onorare la divinità. E viceversa, per dare a Dio, non si deve togliere ai poveri.

La profezia che avremo sempre con noi i poveri si è attuata e continua ad attuarsi. Le vicende della vita, al di là dei talenti di ciascuno, hanno comportato e comportano l’inevitabilità che alcuni cadano o rimangano nella povertà. E forse al problema della povertà e delle disuguaglianze non ci sarà rimedio. Occorre essere realisti: è necessario perseguire la giustizia sociale in modo che a tutti sia garantito l’essenziale, il minimo vitale, nella consapevolezza che ci vorrà sempre l’impegno di solidarietà di tutti, dallo Stato ai singoli, per evitare che dalla povertà si precipiti nella miseria e nella morte per fame o malattie che si potrebbero invece curare. Dobbiamo, però, riconoscere che l’utopia di una società senza poveri è irrealizzabile, ed è inutile e dannoso perseguirla con rivoluzioni cruente che producono morte e quindi odi e altri problemi.

Circa le parole di Gesù che giustificano lo “spreco” di Maria per lui, mi pare significativo proporre qui una riflessione del biblista Valerio Mannucci (1932-1995): «Il culto dell’uomo-Dio vale più che la lotta a vantaggio dei poveri. C’è, come si suol dire, una povertà verticale che ci riguarda tutti, è nostra. Una volta riconosciuta questa povertà si esprime in un gesto gratuito di adorazione, crea lo spazio “inutile” della liturgia, offre a Dio le primizie togliendosele di bocca. Nella vita di fede c’è uno spreco inevitabile e amabile, un esalarsi nel puro nulla: uomini e donne che si sciupano consacrandosi a Dio, tempo perduto nella preghiera. L’adorazione è spreco. Che sarebbe la Chiesa se la borsa di Iscariote fosse piena per i poveri e la casa di Betania vuota di profumo?».

Don Ezio

Nato a Caltignaga (No) il 12 febbraio 1953, mostra un precoce interesse per la comunicazione, coniugando opere parrocchiali, impegno sociale e la cronaca per il settimanale cattolico “L’Azione” e per il telegiornale dell’emittente cattolica Tele Basso Novarese. Spiccata la passione per l’ambiente, che nel 1976 lo vede tra i fondatori dell’Associazione “Pro Natura Novara”, nella quale mantiene tutt’ora un ruolo attivo. È stato vice-presidente della Federazione nazionale “Pro Natura”. Laureato in Scienze biologiche, da sacerdote salesiano svolge il proprio ministero in diverse case del Piemonte e in Svizzera, dove insegna matematica e scienze nelle scuole medie. Per trent’anni si occupa del Museo Don Bosco di Storia Naturale e delle apparecchiature scientifiche del liceo Valsalice di Torino. Nel 2016 fonda a Novara il Museo scientifico-tecnico “Don Franco Erbea”. Dall’ottobre 2018 è incaricato della Biblioteca salesiana ispettoriale nella Casa Madre di Valdocco, in Torino.

Nell’immagine: Ambrogio da Fossano detto il Bergognone, Cristo risorto, XV-XVI sec., Milano, Basilica di Sant’Ambrogio (particolare).

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