Di fiori nuovi, foglie vecchie e brutalità

Leggi in 5 minuti

I fiori sbocciano, le foglie vecchie sono destinate – inevitabilmente – a cadere, anche se fanno colore e suscitano attenzione. L’autunno è parabola della stagione globale che stiamo vivendo.

Ascolta l'articolo

«Un’epoca di brutalità, impunità e indifferenza», la definisce il capo delle operazioni umanitarie delle Nazioni Unite, Tom Fletcher. Come dargli torto? È quanto sperimentano nella propria carne milioni di persone – uomini, donne e bambini, famiglie, giovani e anziani, malati e disabili – in Cambogia, nel Darfur, a Gaza, ad Haiti, in Myanmar, nella Repubblica Democratica del Congo, in Thailandia, in Ucraina. Rigorosamente in ordine alfabetico, perché non esistono conflitti più importanti di altri, ma solo vittime cui ci siamo abituati. Per non dire delle decine di altri contesti di violenza, oltre che delle contraddizioni che nel silenzio feriscono i molti Paesi formalmente democratici.

Soprattutto i civili – prosegue Fletcher – sono esposti, per «la ferocia e l’intensità degli omicidi, il totale disprezzo per il diritto internazionale, livelli orribili di violenza sessuale». Il tutto sostenuto da un instancabile impegno – che prende la forma di energia, investimenti e denaro – che buona parte del mondo mette «nel trovare nuovi modi per ucciderci a vicenda», al contempo smantellando quanto edificato «per proteggerci dai nostri peggiori istinti» sulle ceneri delle guerre già combattute.

Tragico esito di una umanità dalla memoria corta e dal respiro compresso, «intorpidita dalla distrazione e corrosa dall’apatia». Ma è solo il ritorno di vecchi incubi, di nuovo scambiati per sogni. Perché nulla inventa il peccato, che è né creativo né creatore. Il nuovo sta altrove.

«Crescete vigorosi come i cedri e fate fiorire il mondo di speranza», dice Leone XIV ai giovani libanesi – generazione nuova di un Paese martire – riuniti a İznik, l’antica Nicea, in quella Turchia che si impegna a dare nuova luce al proprio nome ma non alle proprie ombre. Sperare è attesa, ma in essa è prendere posizione. Il male non va solo denunciato e sanzionato, ma anche riparato. Ancora, dice il Papa cingendo di fiori l’Immacolata, «fiorisca la speranza… Dopo le porte sante, si aprano ora altre porte di case e oasi di pace in cui rifiorisca la dignità, si educhi alla non violenza, si impari l’arte della riconciliazione».

Leggi anche:  Il gesuita israeliano David Neuhaus: decostruire l’uso della religione per giustificare la guerra

Quella dei fiori è un’immagine proposta spesso da papa Leone XIV. Un fiore – il giglio – compare nel suo stemma pontificio, il flos florum della devozione mariana, ma non è solo questo. «Non è bellissimo un prato in fiore?», si domanda Leone XIV davanti alla messe abbondante del Giubileo dei giovani, a Tor Vergata, l’agosto scorso. «Certo, è delicato, fatto di steli esili, vulnerabili, soggetti a seccarsi, piegarsi, spezzarsi, e però al tempo stesso subito rimpiazzati da altri che spuntano dopo di loro, e di cui generosamente i primi si fanno nutrimento e concime, con il loro consumarsi sul terreno… Noi pure, cari amici, siamo fatti così: siamo fatti per questo».

Bellezza e delicatezza dei giovani, speranza e fragilità della vita, potenzialità ancora inespresse che invitano a sognare in grande e a portare speranza. Se i fiori – i giovani – sono il nutrimento e il futuro delle società e della Chiesa, lasciamoci ispirare ben oltre le immagini poetiche.

Ogni fiore, anche nella specie più diffusa, si affida ad esempio ad una propria strategia di successo, dalla maniera per attirare l’impollinatore al luogo e al tempo più adatti per aprirsi al mondo. Non c’è un fiore “migliore”, ma un’infinità di specializzazioni vincenti. Nel tempo del ritorno ai grandi blocchi dell’omologazione geopolitica, sociale e culturale, lo stile poliedrico del fiore ci invita ad abbandonare l’idea di un unico modello vincente, per valorizzare la ricchezza della varietà. Quando la tentazione di ripetere vecchi errori sembra farsi irresistibile, le radici variabili dei giovani di fronte ai fallimenti della storia sono una condizione per il cambiamento.

Passerà questa stagione, marciranno i suoi protagonisti come foglie morte. I fiori – e i giovani – ci insegnano che l’immaginazione nasce dalla diversità coltivata e dallo sguardo libero dal peso oppressivo del passato. Mettere radici è trovare strade nuove anche nei terreni più duri. Il loro contributo non sta soltanto nell’energia di domani, ma nella necessaria capacità di sintesi che fonde il meglio della tradizione con le santità che ancora non abbiamo vissuto. In attesa che sboccino.

Restiamo in contatto

Iscriviti alla newsletter per aggiornamenti sui nuovi contenuti

© Vuoi riprodurre integralmente un articolo? Scrivimi.

Sostieni Caffestoria.it


Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.