La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano 11 aprile 2021

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Domenica 11 aprile 2021. II Domenica di Pasqua. In Albis depositis. Anno B. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.


In quel tempo. La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati». Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo». Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: «Pace a voi!». Poi disse a Tommaso: «Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!». Gli rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!». Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome.
(Gv 20, 19-31)

“È la mia stanza che deve parlare, che deve accogliermi e sostenermi. Voglio sentire che il mio posto è qui; e ascoltare questa voce, perché tornando al fronte io sia consapevole che la guerra sprofonda, sparisce sotto l’ondata del ritorno; la guerra passa, non ci divora, non ha altro potere su di noi che esteriore. Muti si allineano i dorsi dei libri, l’uno accanto all’altro. Li riconosco, ricordo l’ordine in cui li ho disposti. Con lo sguardo li vado supplicando: “Parlatemi… accoglietemi… prendimi con te, vita di un tempo…”. E aspetto, aspetto. Sfilano le immagini, ma nessuna fa presa: non sono che ombre, reminiscenze… Nulla, nulla. La mia inquietudine cresce. Un terribile senso di estraneità di colpo si desta in me. Non so trovare la strada del ritorno, sono escluso: ho un bel pregare e sforzarmi, nulla si muove; indifferente e malinconico siedo qui come un condannato, e il passato si allontana, volgendomi le spalle […] Davanti a tutto ciò me ne sto muto, come davanti a un tribunale, scoraggiato. Parole, parole, parole, che non mi raggiungono più. Lentamente ricolloco i libri nello scaffale. È finita. In silenzio esco dalla camera”.
(E. M. Remarque, Niente di nuovo sul fronte occidentale)

Il soldato ventenne torna dal fronte dopo i primi sconvolgenti mesi di trincea. È la sua prima licenza a casa dall’inizio del conflitto, quindici giorni tra le mura familiari e gli affetti di un tempo. Già in più di un’occasione, al fronte, ha avuto il sospetto che l’esperienza della guerra stia uccidendo in lui la vita di prima: si è già più volte accorto di una strana estraneità rispetto ai ricordi e ai sogni di ieri. “Oggi nel paesaggio della nostra giovinezza ci aggireremmo come viaggiatori di passaggio. Gli eventi ci hanno bruciati […] Non siamo più spensierati, ma atrocemente indifferenti. Sapremmo condurvi l’esistenza; ma sapremmo vivervi? Abbandonati come fanciulli, disillusi come vecchi, siamo rozzi, tristi, superficiali. Io penso che siamo perduti”.

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Un terribile senso di estraneità rispetto alla vita, per effetto dei colpi della storia, che si sono abbattuti con violenza su di lui e la sua generazione. Mi richiama il senso di desolazione che i Vangeli fanno intravedere nel cuore dei discepoli di Gesù dopo l’uragano dei giorni di passione. Anche loro devono fare i conti con la soglia del ritorno alla vita di prima, alle cose di tutti i giorni, dopo che la grande avventura di andar dietro al Maestro si è annichilita, ridotta a cenere dalla violenza e dal sopruso. Come si fa a riappropriarsi dell’esistenza di prima? Tra le immagini che ci offrono i Vangeli c’è quella di pescatori che, non reggendo più l’attesa degli eventi (e la pressione delle voci: dicono che Gesù sia risorto, forse è vero forse no, cosa facciamo, cosa ci è chiesto?) cercano conforto nel tornare a gettar reti. Che però rimangono desolatamente vuote.

Leggo nell’assenza di Tommaso dal consesso degli Undici il segno di quella irrequietezza. Ognuno di loro sta cercando il modo di tenere insieme la propria vita schiantata dagli eventi: chi cerca forza nello stare in gruppo, chi cerca respiro fuori delle mura del cenacolo. A Tommaso troppo stretta pare quella stanza, troppo piena di ricordi che non parlano più, come i libri di Remarque, o che parlano fin troppo, e attirano nel gorgo del passato, rendendo difficile fare i conti con il presente. Sento in queste pagine di Remarque e dei Vangeli l’irrequietezza che ci attraversa dopo un anno di pandemia. Soprattutto il disorientamento dei più giovani, di chi ha lasciato la scuola e si è chiuso in casa, di chi ha spento anche il video rispetto alle relazioni di prima. Siamo entrati in una stanza che sentiamo desolatamente estranea.

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Giovanni racconta che il Risorto entra (a porte chiuse) e sta “in mezzo”. È un modo per iniziare a radunare i suoi, dispersi e disorientati. L’opera del Vivente è di dare parola alla pace che spinge per dilagare nel mondo (“Pace a voi”) e respiro nuovo a corpi prosciugati (“Ricevete lo Spirito Santo”). Non sono loro a dover trovare “la strada del ritorno” – quella che Remarque non trova verso la vita di prima –, è il Maestro stesso a venire a radunarli ancora, lui che è la Via in persona. Sempre di nuovo la Parola va affermando: c’è speranza sotto il cielo, perché Dio non smette di fare il passo e di varcar la soglia della nostra perdizione (“Io penso che siamo perduti”, dice il giovane soldato).

Anche in tempi di penombra come i nostri, dove sentiamo di esser diventati un po’ più estranei a noi stessi e a chi ci sta accanto, e alla normalità della vita di qualche tempo fa, il Signore della vita è impegnato a risvegliare respiri disseccati e parole addormentate.

Abbiamo bisogno di risveglio. Dio è impegnato in questo. Il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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