La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano dell’8 novembre 2020

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Domenica 8 novembre 2020. Nostro Signore Gesù Cristo, re dell’universo. Solennità del Signore, Anno A. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. Pilato disse al Signore Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
(Gv 18, 33c-37)

“Chi sei?”, disse il Rondinino.
“Sono il Principe felice.”
“Ma allora perché piangi?” chiese il Rondinino; “mi hai inzuppato per bene.”
“Quando ero vivo e avevo un cuore umano” rispose la statua “non sapevo nemmeno che cosa fossero le lacrime; sai, io vivevo al Palazzo di Sans-Souci, dove alla tristezza non è permesso entrare. Di giorno giocavo coi miei compagni in giardino, e la sera aprivo le danze nel Gran Salone. Tutt’attorno al giardino correva un muro molto alto, ma non sono mai stato lì a chiedermi che cosa ci fosse al di fuori, visto che tutto quel che mi circondava era così bello. I cortigiani mi chiamavano il Principe felice, e felice lo ero davvero, se la felicità è il piacere. Così sono vissuto, e così sono morto. E ora che sono morto mi hanno messo qua in alto, per farmi vedere quanta bruttezza e quante miserie esistono nella mia città; e pure se il mio cuore è fatto di piombo, proprio non riesco a non piangere.”

(Oscar Wilde, Il Principe felice)

C’è una solitudine che accomuna le due regali figure. Gesù dice che il suo popolo non è lì con lui: a Pilato, che gli fa notare che la sua gente e i suoi capi l’hanno fatto arrestare, risponde che il suo popolo è altrove. “Il mio regno non è di questo mondo”. C’è una distanza che mi separa da quaggiù. Tanto è vero che – continuerà più avanti – “tu non avresti potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto”: quel che mi tocca scaturisce solo dal cuore del Padre. Dagli artigli del mondo io sono liberissimo.

La distanza che il Principe felice ha conosciuto in vita è quella dai travagli e dalle sofferenze del mondo. “Tutt’attorno al mio giardino correva un muro molto alto”. Quel muro ora, dopo la morte, non gli impedisce più di vedere quel che c’è sotto il cielo, “nella mia città”. Prima poteva agire, ma non vedeva né si sforzava di vedere; ora che conosce la verità, non ha possibilità di agire. Sarà l’amicizia con il rondinino a permettergli di intervenire nella vita dei poveri della sua città, seminando vita e rinfocolando respiri.

La regalità ha sempre a che fare con una distanza. Il re è sempre solo. Ma quella solitudine vuole maturare in prossimità al suo popolo. Il vero re è sempre quello che scavalca il muro, che scende dal piedistallo e si immerge nell’umanità brulicante sotto il cielo.

“Il mio regno non è di quaggiù”, dice Gesù. E la sua vita racconta che per questo è “sceso da lassù”, per questo ha scavalcato la distanza: per accendere nel mondo il Regno di quell’Altrove. Per portare “come in cielo, così in terra” il Regno del Padre suo, cioè il modo che Dio ha di regnare. Il suo modo di regnare è il continuo scavalcamento del muro, l’inarrestabile superamento della distanza, per dare vigore, ricchezza e forza al suo popolo ferito e sofferente.

Ogni uomo e ogni donna è chiamato dalla vita a diventare re: signore di se stesso, schiavo di nessuno, scavalcatore di muri e distanze, per suscitare regalità nel cuore di chi gli sta attorno.

Nella grande avventura di scavalcar muri, il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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