La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano del 20 settembre 2020

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Domenica 20 settembre 2020. IV Domenica dopo il martirio di san Giovanni il Precursore, Anno A. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Paolo Alliata.

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In quel tempo. Quando la folla vide che il Signore Gesù non era più là e nemmeno i suoi discepoli, salì sulle barche e si diresse alla volta di Cafàrnao alla ricerca di Gesù. Lo trovarono di là dal mare e gli dissero: «Rabbì, quando sei venuto qua?». Gesù rispose loro: «In verità, in verità io vi dico: voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’uomo vi darà. Perché su di lui il Padre, Dio, ha messo il suo sigillo». Gli dissero allora: «Che cosa dobbiamo compiere per fare le opere di Dio?». Gesù rispose loro: «Questa è l’opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato». Allora gli dissero: «Quale segno tu compi perché vediamo e ti crediamo? Quale opera fai? I nostri padri hanno mangiato la manna nel deserto, come sta scritto: “Diede loro da mangiare un pane dal cielo”». Rispose loro Gesù: «In verità, in verità io vi dico: non è Mosè che vi ha dato il pane dal cielo, ma è il Padre mio che vi dà il pane dal cielo, quello vero. Infatti il pane di Dio è colui che discende dal cielo e dà la vita al mondo». Allora gli dissero: «Signore, dacci sempre questo pane». Gesù rispose loro: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà fame e chi crede in me non avrà sete, mai!» (Gv 6, 24-35).

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste piú. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco. Cosí è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto piú del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere (M. Rigoni Stern, Il sergente nella neve).

Contestavano a Gesù di mangiare con la gentaglia. “Costui accoglie i peccatori e mangia con loro!” (Lc 15,2). Perché allora più di oggi era viva la percezione simbolica della condivisione del cibo: chi siede alla stessa tavola sta condividendo la vita, attinge allo stesso dono del cielo e della terra. Se mangi con il peccatore sei anche tu di quella risma.

Ma quel cibo, dice Gesù, è una parola. La Parola dell’Altissimo piglia sostanza in grano e uva, carne e latte, respiro di messi e di viventi. Il cibo è molto più che la chimica per la sopravvivenza dell’organismo: “Non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio” (Mt 4,4). Il pane è Parola dell’Altissimo, nutre l’uomo e non solo la sua carne. Nutre l’uomo perché istituisce la relazione dell’amore e della gratitudine con il Creatore, quando il pane è accolto come luogo di quella relazione di benedizione.

Per questo Gesù si stizzisce dell’incomprensione di chi lo va a cercare dopo la moltiplicazione dei pani: “Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati”. Nel mangiare quei pani non vi siete destati alla relazione con il Creatore, vi siete ripiegati sulle briciole senza permetter loro di spalancarvi alle profondità del Cielo. Siete ottusi alla parola del pane, sordi al canto delle cose. Non vi siete accorti che mangiavate musica? E invece divorate il cibo come fango.

Non viviamo di solo pane, ma di quel che il pane vuol dire. Nel tragico inverno della ritirata dal fronte russo, racconta Rigoni Stern, brilla come una luce umana e calda quel momento sospeso, più antico della guerra, più profondo del conflitto: nella minestra di miglio e latte c’è il gesto pronto e semplice della donna, c’è lo sguardo naturale dei soldati russi e dei bambini. “Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo”.

Quello che il soldato spezzato da fame, gelo e paura vive in quella sospensione è una Eucaristia al di fuori del rito. L’umana compassione lo raggiunge e lo risana, tiene viva in lui l’abbagliante memoria, gli bisbiglia speranza nel futuro. “Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere”.

Quel cibo ha parlato, e tutti hanno potuto ascoltare.

Nell’arte di imparare il linguaggio segreto del pane, il Signore ci accompagni.

Don Paolo Alliata

Don Paolo Alliata. Nato a Milano nel 1971, dopo la laurea in Lettere classiche all’Università degli Studi di Milano, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Attualmente è vicario della comunità pastorale Paolo VI per la parrocchia di Santa Maria Incoronata a Milano. Autore di testi teatrali sull’Antico e sul Nuovo Testamento, è responsabile dell’Ufficio per l’Apostolato Biblico della Diocesi di Milano. Fra le sue pubblicazioni, Dove Dio respira di nascosto. Tra le pagine dei grandi classici (Milano, Ponte alle Grazie, 2018) e C’era come un fuoco ardente. La forza dei sentimenti tra Vangelo e letteratura (Milano, Ponte alle Grazie, 2019). Da due anni le sue omelie sono raccolte su un canale YouTube.

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