La Parola, la Chiesa, il mondo. Commento al Vangelo di rito ambrosiano 10 dicembre 2023

Una lettura di 4 minuti

V Domenica di Avvento. Il Precursore. La via della sottrazione. Commento al Vangelo di rito ambrosiano, di don Alessandro Noseda.


✠ Vangelo Gv 1, 19-27a. 15c. 27b-28
In quel tempo. Questa è la testimonianza di Giovanni, quando i Giudei gli inviarono da Gerusalemme sacerdoti e leviti a interrogarlo: «Tu, chi sei?». Egli confessò e non negò. Confessò: «Io non sono il Cristo». Allora gli chiesero: «Chi sei, dunque? Sei tu Elia?». «Non lo sono», disse. «Sei tu il profeta?». «No», rispose. Gli dissero allora: «Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?». Rispose: «Io sono voce di uno che grida nel deserto: Rendete diritta la via del Signore, come disse il profeta Isaia». Quelli che erano stati inviati venivano dai farisei. Essi lo interrogarono e gli dissero: «Perché dunque tu battezzi, se non sei il Cristo, né Elia, né il profeta?». Giovanni rispose loro: «Io battezzo nell’acqua. In mezzo a voi sta uno che voi non conoscete, colui che viene dopo di me, ed era prima di me: a lui io non sono degno di slegare il laccio del sandalo». Questo avvenne in Betània, al di là del Giordano, dove Giovanni stava battezzando.

Less is more“, ovvero “meno è di più”, o “meno è meglio”: un motto spesso usato dall’architetto Mies van der Rohe per indicare l’ideale di creare qualcosa di così bello da non poter essere ulteriormente ridotto.

Siamo già alla quinta domenica di Avvento nel rito ambrosiano: la domenica detta del Precursore.

Forse è da quella sabbia di deserto. Forse è da quella polvere sottile che il Battista è saltato fuori. Lui, che nel deserto ci è rimasto per anni, fino ad assumerne la dieta e il vestito: si nutriva di locuste e miele selvatico, vestiva pelli di cammello.

Anni immersi in un luogo di privazioni. A fare cosa? Se diciamo “penitenza”, c’è il rischio che non cogliamo il punto. Se diciamo “sottrazione”, forse ci mettiamo sulla strada giusta.

Gli domandano “Chi sei?”, e lui per ben tre volte risponde negando. Sento il rumore di questi “Non sono il Cristo”, “Non sono Elia”, “Non sono il profeta”, come fossero colpi di scalpello che incidono il blocco di pietra per fare il vuoto intorno alla forma: viene via tutto tranne l’essenziale, e la forma finalmente emerge: “Io sono voce”.

Una voce grida: «Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio».
Isaia 40,3

“Io sono quella voce”, dice dunque l’uomo a cui abbiamo dato tanti nomi, ma che si è definito soltanto in questo modo, fatta eccezione per quando, nel quarto Vangelo, ha detto di sé di essere “l’amico dello sposo”, ovvero, ancora una volta, di essere sempre relativo a Gesù.

Che per il cristiano l’identità di sé emerga di sottrazione in sottrazione, ovvero nel porsi di fronte a Gesù e imparando a togliere, è qualcosa di un po’ contro-intuitivo nella società dei “consumatori”, ma la tradizione cristiana ha sempre intravisto nella sobrietà la strada promettente, della quale però è necessario oggi dare una spiegazione nuova e più piena.

Così, parole come “penitenza” e “rinuncia” potrebbero acquisire nuovamente il loro vero significato: non percorrono una china in cui si finisce per essere da meno. Indicano soltanto che “il meno” è qualcosa di più.

Don Alessandro

Don Alessandro Noseda. Nato a Cantù nel 1974. Dopo gli studi classici e la formazione teologica nel Seminario di Venegono, viene ordinato sacerdote nel 2000 dal card. Carlo Maria Martini. Svolge dapprima il suo ministero a Milano come assistente degli Oratori della parrocchia di San Giovanni Battista alla Bicocca e successivamente della parrocchia del Santissimo Redentore. Dal 2007 al 2011 è cappellano presso l’Università degli Studi di Milano Bicocca. Attualmente è parroco nella parrocchia di Gesù a Nazaret, Quartiere Adriano.

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