Chiesa, Expo e arte: Pio IX e l’arte di esporsi

Padiglione della Santa Sede ad Expo Milano 2015
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L’ultima cena del Tintoretto e L’istituzione dell’Eucarestia di Rubens: il “fattore arte” non è una novità nei padiglioni Expo della Santa Sede. Con precedenti illustri – e discussi – attraverso la mediazione e la cassa di risonanza dell’arte, la Chiesa attraversò periodi storici ad essa non favorevoli. Se alla metà dell’Ottocento, infatti, la Santa Sede sceglieva ancora di puntare su scienza e la tecnica, pochi anni dopo lo scenario sarebbe profondamente mutato.

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Foglie caduche. Quel che resta della Primavera araba

Sliman Mansour, Perseveranza e speranza, 1976, Doha (Qatar), Mathaf - Museo arabo di arte moderna.
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Era il dicembre 2010 quando l’Occidente acclamava alla serie di sommovimenti esplosi in vari Paesi a maggioranza islamica di area nordafricana e mediorientale. Dopo quasi quattro anni cadono le foglie su quella Primavera araba.

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Las Patronas. La speranza e i binari

Una patrona attende vicino ai binari il passaggio del treno.
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Ogni anno quasi mezzo milione di immigrati attraversano il confine fra Messico e Stati Uniti, fra i più caldi del mondo. Messico, Salvador, Guatemala, Honduras, i Paesi d’origine della maggior parte degli immigrati che passano illegalmente la frontiera, per alcuni di loro meta di un viaggio lungo oltre 8000 chilometri, nel quale la speranza si affida anche ad un coraggioso gruppo di donne: las Patronas.

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Califfato: alle radici di un revanscismo ottomano

Ivan Konstantinovič Ajvazovskij, Panorama di Costantinopoli (particolare), 1856, collezione privata.
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«La nostra nazione islamica ha assaggiato tutto questo per più di 80 anni di umiliazioni e disgrazie. […] Ma quando dopo 80 anni la spada si è abbattuta sull’America, l’ipocrisia ha rialzato la testa compiangendo quegli assassini». Così si esprimeva nel 2001 l’ormai quasi obliato Osāma bin Lāden dopo il crollo delle torri del World Trade Center di New York.

All’epoca furono in pochi a cogliere, in quella doppia menzione temporale, un riferimento al primo periodo postbellico, ed in particolare alle complesse fasi del definitivo disfacimento dell’Impero ottomano, ancora oggi pietra miliare nel dipanarsi dell’orizzonte politico-religioso di una parte del mondo islamico.

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Isis fra propaganda e storia

Veduta di Costantinopoli, arte.
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Mappa ipotesi Califfato islamico Is
Mappa ipotesi Califfato islamico Is

L’immagine, emersa nelle scorse settimane fra i contenuti delle reti social e ripresa in differenti versioni anche dal Daily Mail e da ABC e NBC, ha fatto un po’ in sordina il giro del mondo, complice anche l’innegabile impatto visivo. Arabo-centrica e raffigurante i territori chiave del mondo islamico, la cartina geografica attribuita all’Isis reca evidenziati i territori che si vorrebbero in futuro parte del nuovo Califfato islamico.

Sebbene la cartina appaia viziata dall’eccesso tipico di ogni propaganda – affatto estraneo anche a quella occidentale – e sia più realisticamente attribuibile al sottobosco sociale e culturale dei sostenitori del Califfato piuttosto che ad organi ufficiali, la mappa offre comunque interessanti spunti di riflessione sulle attese e le aspirazioni di parte di quel mondo islamico che si identifica con la realtà dell’Isis. Difficile, nonostante l’aiuto di bonarie e non sempre accurate traduzioni dall’arabo, andare al di là del mero ammasso quantitativo e forse anche per questo la cartina, a fronte di una vasta circolazione nella Rete, ha avuto una ridotta esposizione sui principali media generalisti, dalla televisione alla carta stampata.

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La lingua del mare: il Principessa Mafalda e Lampedusa. 86 anni fa come oggi.

Dipinto che raffigura i soccorsi portati al priosfaco Principessa Mafalda
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Un’epoca che può forse sembrarci lontana, ma che la crisi economica ha drammaticamente ripresentato alla mente di molti, non solo nei ricordi, ma sempre più spesso nelle scelte di chi – per lo più giovani – oggi parte alla ricerca di nuove, vecchie, opportunità fuori dal nostro Paese. È una lezione di come una tragedia di quasi 90 anni fa può ancora dirci qualcosa del nostro tempo.

Era il 25 ottobre del 1927 quando il Principessa Mafalda, piroscafo italiano partito da Genova l’11 ottobre e diretto a Buenos Aires, naufragava ad ottanta miglia dalle coste brasiliane, fra Salvador de Bahia e Rio de Janeiro, con il suo carico di emigranti italiani. Nei nomi delle oltre 300 vittime – più di 650 secondo la stampa sudamericana – potevano leggersi tutte le speranze di un’Italia in fuga dalla povertà. Nomi che sembrano raccontarci una storia diversa dai Rahwa, Haile, Aziza delle mille Lampedusa dei nostri giorni, ma che nei fatti e nella comune umanità non è poi così dissimile.

Fiore all’occhiello della navigazione italiana, sul quale avevano viaggiato Toscanini e Pirandello, pensare al «Mafalda» come ad una carretta del mare suona inverosimile. Eppure in quel 1927, al suo ultimo viaggio prima di uno smantellamento rimandato per anni, l’epoca d’oro di questa grande nave era ormai un lontano ricordo, tenuto vivo soltanto da allestimenti invecchiati che quasi vent’anni prima avevano destato l’ammirazione dell’Europa. «Trattamento e servizio tipo hotel di lusso», lo definivano alcuni dei manifesti della propaganda, commerciale e soprattutto politica. Un trattamento riservato ai passeggeri delle prime classi. Facile immaginare come degli oltre mille emigranti imbarcati in quell’ottobre nessuno poté beneficiare dei saloni delle feste, dei tappeti preziosi, dei gobelins e dei quadri d’autore. A loro erano riservati gli immensi stanzoni senza decori e i corridoi delle stive.

Una decadenza e un disastro obliati e taciuti, quelli del «Mafalda». Troppo grande il danno d’immagine per un Paese che stava facendo in quegli anni dell’inaffondabilità – navale e nazionale – il centro della propaganda di Stato. Troppo importante la rotta fra Italia e Sudamerica, nella quale nessun’altra nave in quel momento avrebbe potuto sostituire la vecchia “principessa”. Troppo importante che l’Argentina acconsentisse all’ennesimo carico di speranze italiane, insieme agli ottanta chili d’oro che il governo italiano versava al Paese sudamericano per agevolare l’accoglienza degli emigranti italiani. Troppo importante per ascoltare i tanti, troppi segnali del progressivo cedimento strutturale della nave.

Inclinato da giorni su un fianco, scosso da forti vibrazioni e dai singhiozzi del motore, il 25 ottobre la fiancata del «Mafalda» sfiorava ormai la superficie dell’acqua. La richiesta del comandante Simone Gulì – esperto lupo di mare siciliano – di avere una nave sostitutiva non era stata accolta dalla società armatrice. Proseguire. Con un ultimo scossone, alle cinque di quella sera, ora dello svago e delle danze in prima classe, lo scafo del nave venne squarciato dallo sfilarsi disastroso di una delle eliche. In breve gli ambienti del piroscafo, non protetti dalle porte stagne mal funzionanti, vennero invasi dalla violenza dell’acqua. Per ore i marconisti ripeterono la cantilena di un disperato SOS a telegrafi ammutoliti dal blackout di bordo. I ponti, trasfigurati dalla calca terrorizzata, divennero per decine di passeggeri trappole mortali. Molti altri caddero in mare o rimasero vittima di scialuppe rese malferme dall’incuria. Altri, più fortunati, vennero raccolti dalle lance partite da alcune navi mercantili nei paraggi, accorse a prestare un umano, confuso soccorso. Poco dopo le 22, dopo cinque ore di agonia, il “Titanic italiano” si inabissò, accompagnato sul fondo dell’oceano dalle note della Marcia Reale e in patria da un seguito di retorica nazionalista mirante a minimizzare l’impatto della tragedia sulla popolazione.

Passarono decenni prima che qualcuno scegliesse di indagare più a fondo in quella disgrazia annunciata, tanto prevedibile da sembrare quasi ricercata, nel disprezzo delle più elementari norme di sicurezza marittima e di rispetto della vita. Ma, allora come oggi, il quadro economico che si delineò attorno a questo disastro sembra spiegare l’interessato ottimismo sfoggiato dalle autorità e la coda opportunista di retorica politica e polemiche seguita alla tragedia. Ieri come oggi.

Ad inizio Novecento gli emigranti ad attraversare l’Atlantico erano 150mila. Ogni anno. Il piroscafo traboccava di passeggeri ad ogni viaggio, la rotta era fra le più richieste e redditizie. Trecento lire a biglietto, baccalà e gallette per i più poveri, pasti all’aperto per chi non poteva pagare un sovrapprezzo per un tavolo al coperto. Un carico di umanità nascosta, soprattutto alla sensibilità della prima classe. Un affare di milioni di lire del tempo per gli armatori. Un profitto che fece presto passare in secondo piano la sicurezza e la vita degli uomini, donne e bambini che affollavano ogni più angusto ambiente della nave.

Eppure alle spalle del «Principessa Mafalda» non c’erano organizzazioni criminali senza scrupoli, ma alcune fra le compagnie di navigazione italiane più blasonate del tempo, il Lloyd Italiano prima, la Navigazione Generale Italiana poi. Ma anche in quel caso, per il salvataggio di centinaia di vite, valse più la legge del mare, legge non approvata, non discussa, non contestata ad intermittenza, ma vera legge perché fatta per l’uomo, morale e ragionevole, solidale, fondata sulla vera giustizia. La stessa che probabilmente spinse il comandante Gulì a dirigere le operazioni di evacuazione fino a farsi seppellire con la nave in un oceano di acqua e musica d’orchestra.

Un ultimo tratto, quasi sorprendente, ci fa percepire questa tragedia ancora più attuale: fra le centinaia di emigranti imbarcati, in gran parte liguri, veneti e piemontesi, ve ne erano anche di siriani. Popoli in viaggio, sempre gli stessi, solo talvolta a parti invertite. Almeno per un po’.

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Una mezza novità: la lingua tzotzil nella liturgia

Tzotzil, celebrazione.
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Probabilmente una parte della stampa la bollerà come l’ennesima “rivoluzione” del Pontefice, ma l’autorizzazione concessa da Papa Francesco alla celebrazione di liturgia e sacramenti in tzotzil e tzeltal, le antiche lingue autoctone degli altopiani centrali del Chiapas, in Messico, si inserisce in un solco lungo secoli – quello dell’inculturazione – in gran parte amerindio e gesuita.

Discendenti dei maya, tzotzil e tzeltal sono fra i gruppi indigeni più numerosi e nei decenni si sono distinti per la fiera difesa della propria lingua tradizionale. E non solo della lingua. In un’area funestata per anni da guerre e guerriglie, è ancora “fresco” nella memoria l’allontanamento dei sacerdoti cattolici da parte di alcuni indigeni tzotzil legati ai culti pagani. Da allora una parte della popolazione pratica una commistione di ritualità pagana e Cristianesimo, sigarette, alcol e Coca-Cola.

Naturalmente questa è un’altra storia e ciò che da Roma si mira ad ottenere è soltanto una maggiore valorizzazione di quello che è considerato un importante tratto culturale delle popolazioni locali. «L’approvazione per l’uso delle formule sacramentali in tzeltal e tzotzil per il battesimo, la cresima, la messa, la confessione, l’unzione degli infermi e l’ordinazione» è arrivata in sordina, come ci si aspetta da qualcosa che non è una novità. O che lo è soltanto a metà. I nuovi testi in tzotzil e tzeltal, redatti da esperti, sono stati esaminati ed approvati dalle Congregazioni romane per il Culto Divino e la Dottrina della Fede, che ne hanno saggiato il mantenimento dell’ortodossia.

Nel frattempo un procedimento simile potrebbe presto interessare anche un’altra lingua messicana, il náhuatl. L’apripista? La Vergine di Guadalupe che, apparendo all’indio Juan Diego il 9 dicembre 1531, si rivolse a lui in questo idioma. Come a Lourdes, dove alla giovane Bernadette Soubirous la Vergine parlò nel patois guascone. Miracoli e miracoli della tutela del patrimonio linguistico.

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