Patris corde, il padre nel cuore della società. Con qualche scappellotto

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L’Anno di San Giuseppe, compiuto il giro di boa, procede sottotraccia e si avvia alla conclusione. Al pari della paternità, virtù e limite della riflessione: quella familiare, così come politica e spirituale. Servirebbe una scossa, forse uno scappellotto.


Sono trascorsi oltre sette mesi dall’indizione dell’Anno di san Giuseppe, voluto da papa Francesco per celebrare il 150° anniversario del decreto Quemadmodum Deus, con il quale Pio IX ha dichiarato san Giuseppe patrono della Chiesa cattolica. Il fine dell’iniziativa, come si legge nel documento della Penitenzieria Apostolica dell’8 dicembre 2020, è «di perpetuare l’affidamento di tutta la Chiesa al potentissimo patrocinio del Custode di Gesù». Di san Giuseppe nel decreto si ricordano il rapporto filiale con Dio, la pratica della giustizia, la custodia della Santa Famiglia di Nazareth, il suo essere lavoratore e l’aver sperimentato la persecuzione.

A giro di boa ormai compiuto e con ancora pochi mesi a separarci dalla conclusione dell’Anno speciale, prevista per l’8 dicembre 2021, il bilancio non è dei più confortanti. Colpa della paternità, probabilmente: tema forte, che avrebbe dovuto fare da volano alla riflessione, eppure sfuggente e di così violenta attualità che, tristemente, non è mai decollato, limitando il confronto ad iniziative che, sebbene importanti, finora hanno per lo più viaggiato sottotraccia.

Eppure forse mai nella storia come nel tempo in cui stiamo vivendo mascolinità e femminilità, paternità e maternità sono state messe così in discussione. Entrambe unite anche nella crisi, se è vero – come in effetti è – che sono dimensioni profondamente legate fra loro e complementari, fatte di reciprocità, di incontro fra differenti, di identità che sanno donarsi e ricevere dall’altro.

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Se, in contrasto con le preziose rivendicazioni femminili, la maternità è sempre più svilita, malamente imitata, ridotta a luogo fisico di un’arida riproduzione da rifiutare, affittare o rivendicare per diritto di legge, la paternità sembra essere addirittura sul punto di scomparire, sommersa da una società liquida che uccide padri e fondatori. «Si dice che la nostra società è una “società senza padri”», scrive papa Francesco al n. 176 dell’esortazione apostolica Amoris laetitia. «Nella cultura occidentale, la figura del padre sarebbe simbolicamente assente, distorta, sbiadita. Persino la virilità sembrerebbe messa in discussione. Si è verificata una comprensibile confusione».

Confusione anzitutto sul senso della paternità, con pericolose oscillazioni fra autoritarismo e assenza, sopraffazione e latitanza, individualismo del lavoro esacerbato e distrazione dei social media. Un disequilibrio tanto grave che «in effetti le devianze dei bambini e degli adolescenti si possono in buona parte ricondurre a questa mancanza, alla carenza di esempi e di guide autorevoli nella loro vita di ogni giorno», ricorda papa Francesco. «È più profondo di quel che pensiamo il senso di orfanezza che vivono tanti giovani. Sono orfani in famiglia».

Per molti versi, le difficoltà dei padri sono figlie di quella immaturità che è fra i caratteri predominanti di molte società moderne, e che si riproduce e perpetua – non sempre, sia chiaro – anche all’interno dello Stato e della Chiesa.

Nelle istituzioni della comunità civile è sin troppo diffusa una responsabilità tradita, una fatuità che non sa pensare processi che si spingano oltre l’oggi di legislature sempre più labili. Nella Chiesa, similmente, manca talvolta una virilità coraggiosa che faccia dire cose vere, sempre più spesso scomode. Che sappia crescere ed educare figli liberi. Orfanezza di quella dimensione di parresia cristiana che il mondo apprezza sempre meno, e sempre meno tollera.

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Di paternità nella politica e nella Chiesa nelle ultime settimane non sono mancati esempi, talvolta inattesi. «Padre, pellegrino, architetto»: così è ricordato il ruolo del Servo di Dio Robert Schuman per l’Europa, celebrato in termini in certo modo giuseppini anche nel relativo decreto pubblicato dalla Congregazione per le cause dei santi.

Robert Schuman è padre, anzitutto padre fondatore, sebbene personalmente celibe. Modello di paternità politica responsabile, vocazione al servizio, slancio sociale e morale che discende dal Vangelo. Ma anche, a suo modo, un esempio di quella paternità feconda che papa Francesco, insieme ai suoi predecessori, vorrebbe tradotta in paternità pastorale, che è sempre e comunque un dare la vita, diventare padri. Una transizione che in molti casi nella Chiesa è ancora di là da venire se è vero, per dirla con le parole dello stesso Francesco, che molti presbiteri «sono impiegati di Dio – buoni, fanno il loro mestiere – ma non padri, non sanno dare vita, anzi, quanti fra noi sono zitelloni! Sono incapaci di generare vita negli altri, non sono fecondi».

Toccare le corde, anzi toccare il cuore. Servirebbe una scossa. Forse uno scappellotto. «Un buon padre sa attendere e sa perdonare, dal profondo del cuore. Certo, sa anche correggere con fermezza: non è un padre debole, arrendevole, sentimentale. Il padre che sa correggere senza avvilire è lo stesso che sa proteggere senza risparmiarsi. Una volta ho sentito in una riunione di matrimonio un papà dire: “Io alcune volte devo picchiare un po’ i figli… ma mai in faccia per non avvilirli”. Che bello! Ha senso della dignità. Deve punire, lo fa in modo giusto, e va avanti». Raccontava così, alcuni anni fa, papa Francesco. Che sia una ricetta – lo perdoneranno i pedagogisti – anche per la politica e per la Chiesa?

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Nella foto: Robert Schuman incontra in Svizzera il trio statunitense “The Colwell Brothers” e un gruppo di giovani, 1953.

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2 commenti su “Patris corde, il padre nel cuore della società. Con qualche scappellotto”

  1. Quando manca la paternità, nasce il paternalismo o per deficienza di amore o per mancanza di coraggio. I nazionalismi e le dittature nascono come paternità sbagliate. Robert Schuman era celibe, ma fin dalla giovinezza si impegnò nell’educazione dei delinquenti minorenni. Quando divenne famoso uomo politico, volle coltivare la fecondità della paternità diventando padrino di molti figliocci/e, figli di suoi collaboratori o della semplice gente del villaggio dove abitava. In una lista scritta a mano da Schuman si contano diciassette figliocci. Schuman li seguiva e si rallegrava per i loro successi nella vita. A tutti alla sua morte lasciò una somma di danaro, un libro prezioso o un’opera d’arte. Celibe, era fecondo e generava dialogo con i giovani. senza fare prediche, semplicemente ascoltandoli.

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