La morte, la patria e il ribrezzo. Benedetto XVI senza filtri

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Si è detto e scritto moltissimo sulla lettera di Benedetto XVI in tema di abusi in Germania. Ma mai abbastanza, né tantomeno tutto. Basti pensare ad alcune espressioni: la morte, la patria, il ribrezzo. E ad una vecchia intervista.


» Español (Zenit)


«Papa Benedetto diceva, alcuni giorni fa, parlando di sé stesso che “è davanti alla porta oscura della morte”. È bello ringraziare il papa Benedetto che a 95 anni ha la lucidità di dirci questo». Il richiamo di papa Francesco è alla lettera con cui Benedetto XVI ha affrontato la tempesta di accuse circa gli abusi nell’arcidiocesi di Monaco-Frisinga, per i quali il Pontefice emerito ha espresso «profonda vergogna, grande dolore e sincera domanda di perdono […], profonda compassione e rammarico», ma anche la fiducia in una speranza che non muore. «La grazia dell’essere cristiano».

La porta oscura della morte

Forse non è un caso che papa Francesco, fra i molti possibili, abbia scelto di evidenziare proprio questo passaggio della lettera di Benedetto XVI. Senza dubbio funzionale al tema della riflessione dell’Udienza generale, su san Giuseppe, patrono della buona morte, e in riferimento a due temi di grande attualità, anche in Italia: eutanasia e suicidio assistito. «Dobbiamo accompagnare alla morte, ma non provocare la morte o aiutare qualsiasi forma di suicidio».

Ma non soltanto. «Cari fratelli e sorelle, solo dalla fede nella risurrezione noi possiamo affacciarci sull’abisso della morte senza essere sopraffatti dalla paura», ha ricordato il Papa. «Non solo: possiamo riconsegnare alla morte un ruolo positivo». Un cambiamento di prospettiva. «Guardare con occhi nuovi tutta la vita».

Di fronte alla morte, infatti, cade ogni maschera, ogni «lifting» che pretenda di togliere le «rughe» superficiali ma non le «macchie» che esistono nel profondo di noi, dei sistemi sociali e delle comunità. Liberando da demagogie, sociologismi e funzionalismi che schiacciano verso il basso.

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Profonda appartenenza

Ci sono anche altre espressioni che catturano l’attenzione nella lettera di Benedetto XVI. Fra queste, la «profonda appartenenza all’arcidiocesi di Monaco come mia patria». Un passaggio che è stato letto solo in chiave affettiva, ma che in verità richiama tratti ben precisi del pensiero di Benedetto XVI sulla Chiesa. È il 3 ottobre 2003 e Joseph Ratzinger, ancora cardinale e già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, è intervistato da Guido Horst per Die Tagespost. Ne risulterà Im Glauben geeint, in allem anderen frei (“Uniti nella fede, liberi in tutto il resto”), un testo tutt’ora di straordinaria e quasi sorprendente attualità. In quei giorni complessi, l’intervista verte anche sulla crisi di fede nella Chiesa, con uno sguardo particolare alla Germania, già “area calda”.

«Vi è non soltanto una crisi di fede, ma anche una crisi della Chiesa come patria spirituale?», domanda Horst. «La crisi della Chiesa è l’aspetto più concreto di questa crisi di coscienza e di fede», replica Ratzinger. «La Chiesa non appare più come la comunità vivente, che deriva da Cristo stesso e si rende garante della Sua parola, che ci offre con ciò una dimora spirituale e la certezza della verità della nostra fede. Oggi essa appare come una comunità fra tante altre: vi sono molte chiese, direbbe qualcuno, e sarebbe umanamente sconveniente ritenere la propria la migliore. Già una forma di umana cortesia spinge a relativizzare la propria, e lo stesso vale per le altre».

Ho imparato

Che la crisi nella Chiesa – della quale gli abusi sessuali sono uno degli aspetti più nefasti e criminali – non sia semplicemente un “problema di sesso”, ma di fede, traspare chiaramente anche nella lettera di Benedetto XVI. Di fronte alla crescente preoccupazione di molti fedeli cattolici circa l’inerzia di alcuni vescovi in tema di abusi – non solo sessuali – così come di devianze comportamentali, teologiche e dottrinali, il card. Ratzinger replica con realismo. A tratti amaro.

«Non si aspetterà che io ora emetta un giudizio sui vescovi tedeschi del passato né su quelli attuali… Per cinque anni sono stato anch’io uno di loro», dice Ratzinger nel 2003. «Vorrei però dire che la nostra tendenza – anch’io pensavo così – era orientata a dare valore prioritario al rimanere uniti, all’evitare le pubbliche conflittualità e le ferite laceranti che ne derivano». Un’autocritica che, fin dall’epoca, smonta qualsiasi accusa si possa rivolgere oggi a Benedetto XVI di volersi sottrarre a fatti e responsabilità. «Così, però, si è sottovalutato il fatto che ogni velenosità tollerata lascia del veleno dietro di sé, continua la sua azione nefasta e, alla fine, porta con sé un grave pericolo per la fede della Chiesa», ammette Ratzinger. «Questo non soltanto in Germania, ma dovunque abbia avuto luogo questo dibattito sul corretto comportamento dei pastori».

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Anche per questo, acquistano un valore più profondo le parole che scrive oggi Benedetto XVI. «Ho imparato a capire che noi stessi veniamo trascinati in questa grandissima colpa quando la trascuriamo o quando non l’affrontiamo con la necessaria decisione e responsabilità». Ammissioni di un’umiltà disarmante, tanto più in un uomo – in un Pontefice – di quasi 95 anni. Un’umiltà rara, e forse per questo ignorata o nulla affatto compresa dai suoi detrattori.

Ribrezzo

C’è poi un’espressione dirompente nella lettera di Benedetto XVI: ribrezzo. «Sempre più comprendo – scrive Ratzinger – il ribrezzo e la paura che sperimentò Cristo sul Monte degli Ulivi quando vide tutto quanto di terribile avrebbe dovuto superare interiormente». Sentimenti che, in misura e per ragioni diverse, Benedetto XVI sembra fare propri. Nell’originale della lettera, in tedesco, il ribrezzo è Abscheu, vero e proprio disgusto.

Non si tratta di termini che provengono spesso da un Pontefice, tanto più da uno con la personalità di Benedetto XVI. Eppure, non molti anni fa, anche papa Francesco aveva utilizzato un’espressione simile: «Il teologo che non prega e che non adora Dio finisce affondato nel più disgustoso narcisismo», dice il Papa a personale e studenti di diversi Istituti pontifici, ricevuti in udienza. «E questa è una malattia ecclesiastica. Fa tanto male il narcisismo dei teologi, dei pensatori, è disgustoso». Come dargli torto?

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