Dalle “ideologie” di papa Francesco al perché Benedetto XVI è rimasto nella Chiesa

Una lettura di 3 minuti

«Se ascoltiamo lo Spirito, non ci concentreremo su conservatori e progressisti, tradizionalisti e innovatori, destra e sinistra: se i criteri sono questi, vuol dire che nella Chiesa si dimentica lo Spirito». Tutto è cominciato così. Anzi no. Siamo, tutt’al più, ad una nuova elaborazione – schietta – di un tema caro da decenni a Bergoglio, e da otto anni a papa Francesco. Con un’insolita – e significativa – ricorrenza nelle ultime settimane.


Prima della citata omelia per la solennità di Pentecoste, del 23 maggio scorso, il Papa aveva già più volte fatto riferimento alle divisioni che feriscono la Chiesa. L’ultima volta non più tardi di dieci giorni fa, nel videomessaggio per la 50ma Settimana Nazionale per gli Istituti di Vita Consacrata in Spagna. «È triste vedere come alcuni Istituti, per trovare una certa sicurezza, essere in grado di controllarsi, sono caduti in ideologie di qualsiasi segno, di sinistra, di destra, di centro, qualunque», ha ammonito il Santo Padre. «Quando un Istituto riformula il carisma nell’ideologia, perde la sua identità, perde la sua fecondità».

Un approccio di schietto realismo per un atteggiamento che coinvolge clero, ordini religiosi, congregazioni e istituti di vita consacrata, tanto fra gli uomini quanto fra le donne. Se nel secolo scorso l’infiltrazione ideologica si manifestava nelle complesse relazioni tra cattolicesimo, nazionalismi e coinvolgimento bellico, oggi la partita si gioca tra fazioni politiche sempre più liquide ed un appiattimento più o meno consapevole sulla mentalità dominante, fatta di razionalismo, efficientismo e laicismo («Gli “ismi” sono ideologie che dividono, che separano», ricorda il Papa a Pentecoste), sostanzialmente antireligiosa od orientata ad un generico teismo di facciata (e di comodo). A dividere sono l’approccio alle Scritture, alla tradizione e alla liturgia, così come temi che – erroneamente – si suppongono appartenere soltanto alla sfera della società umana, e dunque sottoposti alla politica e alla legiferazione, come la vita (e la morte), la famiglia o le migrazioni.

Leggi anche:  Esportare la democrazia nella Chiesa: come in Cina, in Germania oppure come alle origini? La discussione è aperta anche in Italia

Certo, in Italia e non solo esistono cattolici “di destra” e cattolici “di sinistra”, intese tanto come partiti che come generici orizzonti ideologici. Con il risultato di avere convinzioni, esternazioni e dichiarazioni di cardinali, istituzioni e fedeli che parlano a nome e per conto della Chiesa nei modi più disparati. E un pontificato tirato continuamente per la pellegrina, fin da subito oggetto di feroci strumentalizzazioni da parte di un “partito”, sì, progressista-laicista, predominante in media, cultura, economia e poteri internazionali. Con papa Francesco – quello del tutto che è superiore alla parte e dell’unità superiore al conflitto – a provare una sintesi, figlia di Gaston Fessard e di Romano Guardini, nella quale gli opposti possano trovare (ri)conciliazione nella Chiesa. O, ancora meglio, nello Spirito Santo. Coincidentia oppositorum. Un Pontefice che, non a caso, evoca ed invoca sinodalità vera, anche e tanto più in Italia, perché a prevalere non sia il fallimentare “modello tedesco”.

Perché, in ultima analisi, a dividere è l’approccio alla natura stessa della Chiesa, sempre più percepita come un’entità esclusivamente umana, talvolta anche al suo interno. «La Chiesa non è un’organizzazione umana – è umana, ma non è solo un’organizzazione umana – la Chiesa è il tempio dello Spirito Santo», ricorda papa Francesco a Pentecoste ad un mondo sempre più privo di un orizzonte etico e morale, sostituito da un effimero ateismo edonista.

Il medesimo edonismo che spinge ad edificare la “mia” Chiesa più della “Sua” Chiesa. Di Cristo. Lo aveva ben capito Joseph Ratzinger, allora all’Accademia Cattolica di Baviera. «Sono nella Chiesa perché credo che, ora come prima a prescindere da noi, dietro la “nostra Chiesa” vive la “Sua Chiesa” e che io non posso stare vicino a Lui se non rimanendo vicino e dentro alla Sua Chiesa. Sono nella Chiesa perché, nonostante tutto, credo che nel profondo essa non sia nostra, bensì proprio “Sua”». È il 4 giugno 1970 e la relazione di Ratzinger ha per titolo, chissà quanto provocatoriamente, “Perché sono ancora nella Chiesa” (oggi la si trova in rete e nel libro Perché siamo ancora nella Chiesa, Bur, 2008). Ad oltre mezzo secolo di distanza, un’analisi di struggente attualità.

© La riproduzione integrale degli articoli è vietata senza previo consenso scritto dell'autore.

close

Restiamo in contatto

Iscriviti alla newsletter per aggiornamenti sui nuovi contenuti

Lascia un commento

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Share