Lo strano destino della Santa Sede, fra Stati Uniti, Polonia e Venezuela

Expo 2017 Astana: Santa Sede, Polonia, Stati Uniti, Venezuela
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Padiglione caldo, il numero 403. Ad Astana il caso – ammesso che esista – ha giocato un tiro alla Santa Sede, vicina di casa degli Usa in uno dei momenti di maggior distanza in tema di ambiente (e non solo). Ma anche con gli altri vicini, per tutt’altre ragioni, i motivi di attrito non mancano.

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Il destino dei cattolici asiatici, sempre all’ombra di una guerra nucleare

Bomba atomica, cattedrale di Urakami, Nagasaki, Giappone
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È bene dirlo subito: la guerra nucleare non è più vicina oggi di quanto non lo fosse ieri, nonostante il celodurismo trumpiano che si nutre di bombe madri e calcoli di gradimento post-elettorale. Dopo anni di simili celebrazioni, non fa notizia neppure l’ennesimo lancio missilistico in onore di nonno Kim Il-sung, che quest’anno pare si sia trasformato in uno spettacolo pirotecnico più sciocco del solito già poco oltre la rampa di lancio. Un’eredità, quella del “Presidente eterno”, che di perpetuo ha lasciato soltanto sgraziate marce a passo d’oca e assurdi battimani. Si sarebbe tentati di ridurre la vicenda ad una sfida fra scapigliature della politica internazionale, se non fosse per i miliardi di dollari che potrebbero essere destinati a ben più utili scopi da ambo le parti e per le migliaia di vite umane che sarebbero cancellate in un premere di bottoni. Cattolici compresi, che in Asia sembrano vivere il triste destino di trovarsi sempre all’ombra di una guerra nucleare.

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Quando anche Dall’Oglio ammise le armi chimiche dei ribelli siriani

Guerra in Siria, armi chimiche
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In inglese si chiama false flag, falsa bandiera, ma l’unico emblema è quello della crudeltà. La prima vittima della guerra è la verità, si dice. Nella guerra in Siria è un po’ più vero. E così, fra armi chimiche ed etica della rivoluzione, si scrive la nuova pagina di una tragedia disumana, dove di certo ci sono soltanto i morti e il dolore. Quelli sì innocenti.

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La parabola di Peña Nieto: dall’incidente con Francesco all’alleanza contro Trump

Enrique Peña Nieto, Donald Trump e papa Francesco
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Nel febbraio del 2015 i rapporti fra il governo messicano di Enrique Peña Nieto e papa Francesco sembravano al punto di rottura. Oggi, a due anni da quei fatti, la situazione è profondamente mutata. Dalle polemiche sulla “messicanizzazione” dell’Argentina al comune contrasto al muro statunitense, passando per la visita di Francesco in Messico e l’opposizione della Chiesa alle nozze gay: la parabola di Enrique Peña Nieto, ora in rotta di collisione con l’America di Donald Trump.

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Quello che Francesco dice sul nazismo. E che non piace

Charlie Chaplin, Il grande dittatore (The Great Dictator), 1940
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Papa Francesco evoca Hitler in un’intervista rilasciata a El País e si moltiplicano critiche e interpretazioni: Trump come Hitler? Eppure non è la prima volta che Francesco ricorda il nazismo. Pagina tutt’altro che da chiudere nei libri di storia, è oggi più viva che mai. Questione di programmi. Che il Papa comprende bene.

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L’agenda di Trump e la borsa di Francesco. Cina, Israele, ambiente e donne

Papa Francesco, Donald Trump
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Cresce l’attesa per l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, previsto per le 17.30 di oggi, ora italiana, seguito dal giuramento alle 18. Fra balli e concerti sottotono, l’attenzione però si concentra già sul futuro degli Stati Uniti. Molte le questioni aperte, dalla politica internazionale – Cina, Russia e Israele su tutti – a migranti e ambiente, senza dimenticare donne, aborto e unioni omosessuali. Ma se l’agenda di Trump è piena, non lo è di meno la borsa di Francesco.

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