Don Giovanni De Robertis: da parroco “in uscita” alla direzione della Fondazione Migrantes

Don Giovanni De Robertis, direttore generale della Fondazione Migrantes
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È giunta poche ore fa la nomina di don Giovanni De Robertis a nuovo direttore generale della Fondazione Migrantes. Don Giovanni De Robertis succede così a mons. Gian Carlo Perego, ordinato nei giorni scorsi arcivescovo di Ferrara-Comacchio.

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Confessarsi, pregare, leggere: quando la fede si fa app

app Vangelo del giorno e Liturgia delle Ore, Bibbia Cei e Chiesa cattolica, per smartphone e tablet
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Ci sono app per pregare e leggere la Bibbia, ma anche per confessarsi e officiare la Messa. Ottime per i fedeli, ma il futuro della Chiesa è in un tablet? E se alcuni ci vedono il nuovo corso voluto da Francesco, altri temono l’ennesimo colpo alla liturgia.

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Giovani, parroci e professori: i favoriti di Francesco. Anche in Lombardia

Vescovi italiani, papa Francesco
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I vescovi secondo Francesco? Un ritratto in 85 mosse. Quelle con cui il Papa ha ridisegnato la geografia episcopale italiana, con poche eccezioni illustri. Cresce intanto l’attesa per la successione a Scola nell’arcidiocesi di Milano.

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Maffeis, l’alleanza con DIRE e il ritorno di Misna

Profughi siriani. Accordo SiR-DIRE e riapertura di Misna
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Fame di notizie dal mondo cattolico. È così che si spiega l’alleanza siglata in sordina poche settimane fa tra il Servizio Informazione Religiosa (SiR) e l’agenzia DIRE. Registi dell’operazione Nicola Perrone, direttore della DIRE, e don Ivan Maffeis, dal maggio dello scorso anno direttore dell’Ufficio nazionale comunicazioni sociali della Cei.

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Viganò, Maffeis, Milani: la cordata dei preti amanti del cinema

Mons. Dario Edoardo Viganò, cinema e riforma della comunicazione della Chiesa
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Giovani, martiniani per ordinazione, cinefili per vocazione: sono i sacerdoti al centro della scena comunicativa della Chiesa, una cordata dal Nord Italia verso Roma, passando per il cinema. I protagonisti di oggi e quelli che verranno.

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La follia del partire, la follia del restare. Un libro sui migranti e la malattia negata

Simone M. Varisco, La follia del partire la follia del restare, libro, Tau editrice, Fondazione Migrantes, copertina
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Simone M. Varisco, La follia del partire la follia del restare, libro, Tau editrice, Fondazione Migrantes, copertinaLa follia del partire, la follia del restare. Il disagio mentale nell’emigrazione italiana in Australia alla fine dell’Ottocento (Tau Editrice, 96 pp., 10 euro) è il mio nuovo libro, acquistabile in libreria e online, sul sito dell’editore e di altre librerie online, scritto per la Fondazione Migrantes, l’organismo della Conferenza Episcopale Italiana che si occupa della pastorale migratoria, con presentazione di mons. Gian Carlo Perego, direttore generale della Fondazione Migrantes, e prefazione di Delfina Licata, responsabile Studi e Ricerche della stessa Fondazione. Comunicato stampa.

Insieme analisi e cronaca, il libro combina ricerca storica e respiro sociologico e psicologico nell’affrontare il problema del disagio mentale diffuso tra i migranti, uno degli aspetti più sottovalutati nell’approccio al fenomeno migratorio e invece questione di straordinaria attualità ed urgenza. Perché ci sono gli Adam Kabobo, ma anche i due italiani che si suicidano a Londra ogni mese; i migranti che premono alle frontiere dell’Europa, ma anche i tre italiani che lasciano il nostro Paese per ogni lavoratore che vi giunge.

Le migrazioni hanno da sempre coinvolto la persona in tutta la sua complessità biologica, emotiva e spirituale. Non è un caso che, ieri come oggi, quella dei migranti sia una quota di popolazione fragile e particolarmente esposta al rischio di sviluppare disturbi mentali. Qualcosa di cui in Italia si è iniziato a discutere con ritardo e per lo più sull’onda emotiva dei tanti fatti di cronaca tragicamente esplosi e poi nuovamente dimenticati insieme al problema della malattia mentale.

Un eccesso di psicosi non più sottovalutabile all’interno di un serio confronto con un fenomeno migratorio tutt’altro che incidentale e temporaneo, che chiama ad una riflessione profonda sulle forme e sul significato del disagio psichico che ancora oggi gli immigrati possono trovarsi a vivere nelle nostre società, come accadde ai molti italiani inghiottiti dalla nostalgia, dalla follia e dal pregiudizio in terra straniera.

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