Svezia, Giappone, Filippine: si allarga la guerra della Chiesa al nucleare

Svezia, Giappone, Filippine: si allarga la guerra della Chiesa al nucleare

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«Avremmo bisogno di più di tre pianeti se tutte le persone vivessero come noi in Svezia». Nella stagione dell’ecumenismo, i cristiani trovano un terreno d’incontro: la difesa dell’ambiente e l’abolizione del nucleare. Una via green che non manca di unire e dividere, anche dentro la Chiesa.

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Si è conclusa il 20 novembre scorso la settimana globale delle Chiese della Svezia per la giustizia, incentrata quest’anno su ambiente e diritti umani alla luce dei cambiamenti climatici. Un impegno ecumenico annuale, nella sua forma attuale introdotto nel 2003 e celebrato ogni anno la settimana che precede la solennità di Cristo Re, che dal 2013 ha assunto il chiaro significato di una missione green, perché «Dio vuole una terra dove vi siano giustizia, pace e sostenibilità», come scrivevano in quell’anno le Chiese svedesi nel documento comune “Proteggere la terra che Dio ama”. «Chiediamo a Dio, per la forza del Cristo risorto, di rafforzarci nella lotta». Un combattimento che in campo cattolico ha individuato il suo nemico nell’energia nucleare.

Da fine ottobre si moltiplicano, infatti, le azioni contro il nucleare, che hanno visto in prima linea la Chiesa cattolica in Giappone. Risale al 31 ottobre scorso un documento di 290 pagine dal titolo “Abolizione dell’energia nucleare: un appello dalla Chiesa cattolica in Giappone”, preparato da una commissione della Conferenza episcopale giapponese guidata dal gesuita Ichiro Mitsunobu. Nel lungo documento trovano spazio la storia atomica del Giappone, inclusi i bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki e il disastro di Fukushima, così come i danni provocati dai test nucleari nell’Atollo di Bikini, i problemi tecnici e scientifici connessi agli impianti nucleari e la questione dell’energia atomica considerata dal punto di vista del magistero etico della Chiesa cattolica.

Con ancora viva nella memoria la tragedia di Fukushima, la Chiesa in Giappone chiede di «abolire immediatamente gli impianti nucleari» nel Paese, richiamando la solidarietà fra le Chiese e le religioni perché si uniscano nella comune lotta all’energia nucleare. Una posizione vicina a quella espressa dall’ex primo ministro giapponese Naoto Kan, in carica al tempo del disastro di Fukushima. «Molte persone hanno paragonato Fukushima a Chernobyl. Di fatto l’incidente di Fukushima è stato di gran lunga peggiore. A Chernobyl è stato coinvolto solo un reattore nucleare; a Fukushima ce ne sono ben dieci», ha spiegato Kan, ripercorrendo le fasi del disastro per la rivista Zoom Giappone. «Dentro di me c’è stata un’inversione di 180 gradi e sono arrivato alla conclusione che il Giappone doveva sbarazzarsi delle centrali nucleari. Sfortunatamente il governo Abe, invece di fare tesoro della lezione imparata a così duro prezzo a Fukushima, non ha fatto altro che ritornare al vecchio mantra dell’atomo amico».

Una dura presa di posizione contro l’establishment politico che è comune anche alla Chiesa cattolica nelle Filippine. «Siamo tristi e delusi» ha dichiarato mons. Ruperto Cruz Santos, vescovo di Balanga, all’annuncio di Alfonso Cusi, ministro dell’energia del governo guidato da Rodrigo Duterte, che il 10 novembre scorso ha detto di non escludere un futuro nucleare per le Filippine. L’attenzione si è naturalmente concentrata sulla centrale nucleare di Morong, nella regione di Bataan, un impianto costruito negli anni Settanta ad un centinaio di chilometri dalla capitale Manila e voluto dall’allora dittatore Ferdinand Marcos in risposta alla crisi petrolifera del 1973, finora mai entrato in funzione. «La nostra posizione non è cambiata», ha precisato mons. Santos, secondo il quale l’impianto «è pericoloso e pieno di minacce per la salute pubblica. Porterà morte e distruzione. Dobbiamo ricordare che l’impianto è stato costruito su una zona in cui si trova un vulcano attivo». Soltanto pochi giorni prima il presidente Duterte aveva negato la volontà di affidarsi al nucleare per il fabbisogno energetico del Paese, incassando il plauso – per lui inedito – della Chiesa cattolica delle Filippine.

Il fronte cattolico, che dallo scorso anno può contare anche sull’attivismo del Global Catholic Climate Movement, ha nell’enciclica Laudato Si’ di papa Francesco un indubbio punto di riferimento. Proprio attorno al documento, però, le opinioni si dividono. Terreno di contrapposizione sono da sempre gli Stati Uniti. Se fino a qualche mese fa alcuni studi rilevavano un incremento della coscienza ambientalista nei cattolici americani in seguito alla pubblicazione della Laudato Si’, solo poche settimane fa c’era chi si interrogava sull’efficacia del documento pontificio, non solo incapace di creare un reale mutamento di pensiero nei cattolici, ma anzi causa di una imprevista radicalizzazione del divario.

In particolare, la Laudato Si’ sembra aver fatto più presa sui cattolici democratici, tradizionalmente già più sensibili al problema ambientale, spingendo invece molti cattolici conservatori ad esserlo ancora meno dopo la lettura dell’enciclica. «Mentre l’appello ambientalista di papa Francesco può aver aumentato la preoccupazione verso i cambiamenti climatici in alcuni individui, si è rivelata controproducente con i cattolici conservatori e i non cattolici, che non solo hanno resistito al messaggio, ma hanno difeso le proprie convinzioni preesistenti svalutando la credibilità del Papa sui cambiamenti climatici», ha spiegato Nan Li, professore della Texas Tech University e principale autore dello studio pubblicato dall’Annenberg Public Policy Center dell’Università della Pennsylvania.

In realtà, nonostante lo studio stia facendo notizia soltanto ora, la raccolta dei dati risale a più di un anno fa e sembra che da allora il clima – anche nel gradimento dell’enciclica di Francesco – sia cambiato. Tutto merito della visita del Pontefice negli Stati Uniti, nel settembre 2015, che ha richiamato l’attenzione anche sulla parte ambientalista del suo magistero. Secondo uno studio reso noto dallo Yale Program on Climate Change Communication l'”effetto Francesco” sarebbe valso un aumento di almeno 10 punti percentuali di cattolici americani convinti della realtà del cambiamento climatico in atto, che sarebbero passati dal 64% del marzo 2015 al 74% dell’ottobre dello stesso anno. Significativo anche l’incremento dei cattolici che ritengono il surriscaldamento del pianeta un problema morale, saliti dal 32% di marzo al 42% di ottobre.

Un cambiamento di non poco conto, proprio mentre l’ambiente gioca un ruolo sempre più importante nei rapporti internazionali. È vero a livello politico, se anche il presidente eletto Donald Trump, dopo aver dichiarato in campagna elettorale l’intenzione di far uscire gli Stati Uniti dall’Accordo sul clima di Parigi, nei giorni scorsi si è mostrato più cauto. Proprio negli Usa, il clima è entrato prepotentemente anche nell’agenda della Conferenza episcopale statunitense, che ha annunciato di voler sensibilizzare i sacerdoti sull’applicazione della Laudato Si’ nelle rispettive parrocchie, passando anche attraverso una riduzione delle emissioni e del consumo energetico di parrocchie e scuole cattoliche.

Dentro e fuori la Chiesa, il clima avvicina e divide. Se appare sempre meno secondario il peso che i temi ambientali vanno assumendo nel dialogo ecumenico ed interreligioso, come ha dimostrato il recente appuntamento svedese, costituiscono anche un ponte privilegiato con il mondo della scienza, come è accaduto la scorsa settimana all’assemblea plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze, dove Francesco ha richiamato la necessità di creare «un sistema normativo che includa limiti inviolabili e assicuri la protezione degli ecosistemi, prima che le nuove forme di potere derivate dal paradigma tecno-economico producano danni irreversibili non solo all’ambiente, ma anche alla convivenza, alla democrazia, alla giustizia e alla libertà».

Proprio il clima è fra gli aspetti attorno ai quali si aggregano consensi e opposizioni a papa Francesco, anche in Italia. È noto come più volte il Pontefice sia stato accusato di dare eccessivo risalto ai temi ambientali – oltre che economici e sociali – riducendo il peso di questioni più tradizionalmente morali, come la vita o il matrimonio. Nello scontro sui dubia che oggi infiamma la Chiesa, ad un anno dalla controversa proiezione delle immagini di Fiat Lux: illuminiamo la nostra casa comune sulla facciata della basilica di San Pietro appare sempre più evidente come i nasi che si storsero allora non furono che l’inizio, mentre nel futuro della Chiesa il green appare sempre meno soltanto un colore liturgico.

Nell’immagine: Manifestazione interreligiosa contro il surriscaldamento climatico in Piazza San Pietro. 28 giugno 2015.

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