Santa Sede e Cina. In cerca di un centro di gravità permanente

Santa Sede e Cina. In cerca di un centro di gravità permanente

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Quanto il 22 settembre scorso, giorno dell’Accordo fra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese, sia una data da includere negli annali lo dirà la storia. Però lo ha già cantato Battiato.

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Vista dall’isola di Sancian, la Cina sembra di poterla toccare. Così deve apparire il 3 dicembre 1552 anche al gesuita Francesco Saverio, morente alla porte di un Impero Cinese che sembra impenetrabile. Oggi l’isola di Sancian è una rinomata meta turistica: il mistero custodito dalle sue terre sconosciute agli europei ha ceduto il passo a ristoranti e spiagge attrezzate, ma una cappella conserva la memoria di un passato tornato oggi d’improvvisa attualità.

Occorrono trent’anni prima che l’eredità di padre Saverio venga raccolta da due confratelli, Michele Ruggieri e Matteo Ricci, che nel 1583 varcano finalmente la soglia della Cina continentale. In pochi anni il mondo attorno a loro – e insieme ad esso il Celeste Impero – cambia. “Gesuiti euclidei, vestiti come dei bonzi per entrare a corte degli imperatori, della dinastia dei Ming”, recita una strofa di “Centro di gravità permanente” di Franco Battiato. È l’inculturazione, distintivo dell’evangelizzazione della Compagnia di Gesù, in Cina così come in India e nelle Americhe. Gesuiti abbigliati come bonzi, monaci buddisti, per chiarire ai cinesi la propria vocazione sacerdotale. Almeno fino a quando lo stesso Matteo Ricci all’abbigliamento dei religiosi preferisce quello degli eruditi. Il miglior lasciapassare per la Città Proibita.

In pochi anni alla corte degli imperatori i Gesuiti sono apprezzati uomini di studio e di ingegno: matematici, cartografi, astronomi, ma anche ingegneri. Nel 1615, cinque anni dopo la morte di Ricci e 2.500 cristiani dopo l’avvio delle missioni nella Cina continentale, da papa Paolo V giunge l’autorizzazione ad utilizzare il cinese classico per la liturgia. Un permesso mai divenuto realtà, a differenza delle persecuzioni contro il Cristianesimo e della complessa vicenda teologica dei cosiddetti “Riti cinesi”, che tiene banco almeno fino ai primi anni del Settecento. Modi e stili diversi di interpretare l’evangelizzazione. Da una parte i missionari gesuiti, portati a mediare fra le diverse culture, permettendo ai neo-convertiti di continuare ad esercitare alcune pratiche della religione e della cultura di provenienza, se non in aperto contrasto con il Cristianesimo. Dall’altra, chi quelle stesse pratiche considera inconciliabili con la nuova appartenenza religiosa. Nel 1773 la soppressione della Compagnia di Gesù da parte di papa Clemente XIV risolve la diatriba a sfavore dei Gesuiti. Almeno per un quarantennio, fino al ristabilimento della Compagnia, e più oltre ancora in Cina, fino al 1842, con il ritorno dei Gesuiti.

Da allora il Gigante asiatico è profondamente cambiato. Le tombe di padre Matteo Ricci e degli altri missionari Gesuiti si stagliano oggi nel verde del parco del Beijing Administrative College. Accoglienza e separazione insieme, anche se il Consiglio di Stato cinese riconosce al cimitero il valore di “cimelio culturale sotto protezione”.

Negli anni della Repubblica Popolare Cinese si sono susseguite inedite difficoltà, vecchie sofferenze, ma anche nuove speranze, l’ultima delle quali è rappresentata dall’Accordo Provvisorio sulla nomina dei vescovi siglato fra la Santa Sede e la Repubblica Popolare Cinese. La quadratura del cerchio, nella Chiesa del primo papa gesuita. La storia dirà se e quanto i superlativi usati in questi giorni siano giustificati. La stessa storia che ha già scritto secoli di presenza cristiana in Cina. Questa tutt’altro che provvisoria.

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Santa Sede e Cina. In cerca di un centro di gravità permanente
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Santa Sede e Cina. In cerca di un centro di gravità permanente
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Quanto il 22 settembre scorso, giorno dell'Accordo fra Santa Sede e Repubblica Popolare Cinese, sia una data da includere negli annali lo dirà la storia. Però lo ha già cantato Battiato
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