Quando a chiedere perdono è Francesco e non il Papa

Quando a chiedere perdono è Francesco e non il Papa

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«Sono stato parte del problema. Sono stato la causa di ciò e chiedo perdono». In poco più di cinque anni di pontificato, non si contano le volte in cui Francesco ha chiesto perdono, dalle violenze della Chiesa all’ultima pagina del caso Barros. Una lezione imparata dai predecessori, ma con un’importante novità.

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«Permesso, grazie, scusa. Tre parole per custodire la casa. Non così semplici da mettere in pratica». Soprattutto quando la “casa” è la Chiesa universale. Francesco lo aveva consigliato, il 13 maggio di tre anni fa, e da allora lo ha anche fatto. Innumerevoli volte. Le occasioni nelle quali il Papa ha chiesto “scusa” non si contano, ma negli ultimi mesi hanno acquistato un carattere personale inedito rispetto a simili episodi accaduti con i pontefici precedenti.

A fare notizia, tre anni fa, è la richiesta di perdono di Francesco «per gli atteggiamenti e i comportamenti non cristiani, persino non umani» che nei secoli passati la Chiesa cattolica ha adottato nei confronti dei valdesi. L’occasione, il 22 giugno 2015, è già di per sé notevole: la prima visita pastorale di un pontefice ad un tempio valdese, quello di corso Vittorio Emanuele II a Torino. Sul tema Francesco torna un anno dopo, durante la recita dei Vespri a San Paolo Fuori le Mura fatta insieme ai rappresentanti di altre Chiese e comunità ecclesiali, con l’invocazione di «misericordia e perdono per i comportamenti non evangelici tenuti da parte di cattolici nei confronti di cristiani di altre Chiese».

Un momento storico, ma non per questo di rottura, e nel quale anzi riecheggiano le scuse più volte pronunciate da Giovanni Paolo II e culminate nella richiesta di perdono in occasione del Grande Giubileo del 2000 per gli errori commessi dalla Chiesa, dall’Inquisizione al favore di alcuni prelati verso i totalitarismi. Di medesimo stile sono le recenti richieste di perdono avanzate da Francesco «per i peccati e le mancanze della Chiesa e dei suoi membri» durante i tragici fatti del genocidio in Ruanda, per «l’indifferenza del mondo» di fronte alle sofferenze dei rohingya, per la scarsa accoglienza riservata dalle società occidentali ai rifugiati, per i cattolici che sfruttano l’indegno mercato della prostituzione e soprattutto per la «mostruosità assoluta» della pedofilia nella Chiesa. Anche quest’ultima presa di posizione, senza dubbio importatissima, non rappresenta un’assoluta novità e si accompagna alla richiesta di perdono già manifestata da Benedetto XVI in occasione dell’incontro con alcune vittime di abusi da parte di sacerdoti maltesi, nell’aprile 2010.

La vera novità di Francesco sta in altro: nell’approccio individuale al perdono. Quelle ammesse dal Pontefice, infatti, non sono soltanto le colpe della Chiesa nella storia, ma anche sbagli e mancanze privati. Ai senza fissa dimora nel 2016 Francesco domanda scusa personalmente, «se qualche volta vi ho offeso con le parole e per non aver detto quello che dovevo». Ma è soprattutto la piaga della pedofilia nella Chiesa a spingere il Pontefice a scusarsi. Nel luglio dello scorso anno, riferendosi ad alcune vittime di abusi che in seguito si sono tolte la vita, Francesco ammette che «la morte di questi amati figli di Dio pesa sul cuore e sulla mia coscienza e di quella di tutta la Chiesa».

Non passano che poche settimane e nel gennaio scorso, in concomitanza con il viaggio apostolico di Francesco in Cile, scoppia il caso Barros. Incalzato da una giornalista di Iquique che – spiega in seguito il Pontefice – «ha diritto a una risposta», Francesco decide di esprimersi sulla spinosa vicenda del vescovo Juan Barros, nel 2015 posto da lui stesso alla guida della diocesi di Osorno e oggi accusato di pedofilia. «Il giorno che avremo una prova contro il vescovo Barros, parlerò», dichiara allora il Papa. Una nomina, quella di Barros, da tempo fortemente contestata per la sua vicinanza al tristemente celebre padre Fernando Karadima, della parrocchia El Bosque di Santiago, esponente di spicco del clero cileno, ma del quale in seguito emergono i numerosi abusi perpetrati ai danni di minori e per i quali è già stato condannato dalla Chiesa. Crimini dei quali il vescovo Barros non soltanto sarebbe stato a conoscenza, ma anche complice.

«È stata la parola “prova”, che credo sia quella che mi ha giocato un brutto scherzo», ammette Francesco pochi giorni dopo, sul volo di ritorno a Roma. «La parola “prova” non era la migliore per avvicinarmi a un cuore addolorato; io direi “evidenze”. Nel caso di Barros si è studiato, si è ristudiato, e non ci sono evidenze, ed è quello che intendevo dire: non ho evidenze per condannare. E lì, se io condannassi senza evidenze o senza certezza morale, commetterei io un delitto come cattivo giudice». Ragione per la quale il Papa respinge per due volte le dimissioni di Barros. «Barros resterà lì se io non trovo il modo di condannarlo. Io non posso condannarlo se non ho – non dico prove – se non ho evidenze. E ci sono tanti modi per arrivare a un’evidenza.».

Al di là delle questioni terminologiche, però, nei giorni seguenti si delineano tutte le lacune del sistema informativo e della gestione della comunicazione che ruota attorno al Pontefice. Dalla Santa Sede informano che «a seguito di alcune informazioni recentemente pervenute» Francesco dispone che mons. Charles J. Scicluna, arcivescovo di Malta e presidente del Collegio per l’esame di ricorsi in materia di delicta graviora alla Sessione ordinaria della Congregazione per la dottrina della fede, si rechi a Santiago del Cile per ascoltare «coloro che hanno espresso la volontà di sottoporre elementi in loro possesso». Vale a dire le celebri “evidenze”.

Ancora poche settimane, e Francesco torna sul caso Barros. Il Papa, infatti, ammette e denuncia «gravi equivoci di valutazione e percezione della situazione, specialmente a causa di una mancanza di informazione vera ed equilibrata» rispetto agli abusi sessuali perpetrati da alcuni esponenti del clero cileno a danno di minori. Come a dire che al Papa non l’avevano raccontata giusta. Condannandolo – lui sì – ad una posizione non soltanto scomoda, ma insidiosa. Fino alla sorprendente assunzione di colpa resa nota nelle scorse ore, privata ma non per questo meno esplosiva, che Francesco avrebbe ripetuto la scorsa settimana ad Andrés Murillo, James Hamilton e Juan Carlos Cruz, tre delle vittime di Karadima. «Sono stato parte del problema – avrebbe detto il Pontefice – sono stato la causa di ciò e chiedo perdono».

Non c’è dubbio che questa nuova pagina del caso Barros darà nuova energia alle dietrologie, così come ne verrà alla grancassa della strumentalizzazione che mira a denigrare il Papa e la Chiesa, aizzando l’opinione pubblica contro i crimini – senza ombra di dubbio gravissimi – di alcuni membri del clero, al tempo stesso distraendo l’attenzione dalle ragioni profonde di una degenerazione sempre più diffusa nelle nostre società. Bene fanno, però, Francesco e i cristiani a chiedere perdono. A cominciare – sull’esempio del Papa – dal «cattivo gusto nello scegliere la gente» ammesso durante il volo di ritorno a Roma da Fatima, il 13 maggio di un anno fa, e del quale il Pontefice ha rivelato di avere chiesto perdono alla Madonna. Ma del quale Francesco certamente non è l’unico colpevole.

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Quando a chiedere perdono è Francesco e non il Papa
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Quando a chiedere perdono è Francesco e non il Papa
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«Sono stato parte del problema. Sono stato la causa di ciò e chiedo perdono». In poco più di cinque anni di pontificato, non si contano le volte in cui Francesco ha chiesto perdono, dalle violenze della Chiesa all'ultima pagina del caso Barros. Una lezione imparata dai predecessori, ma con un'importante novità.
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