Santa Cecilia e quella “musica” incandescente

Jacques Blanchard, Santa Cecilia, prima metà del XVII secolo, San Pietroburgo, Museo statale Ermitage.
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Nonostante la devozione popolare a santa Cecilia sia attestata da secoli – almeno dall’epoca alto-medievale – molti dei dettagli della vita e del martirio della giovane aristocratica, vergine e cristiana, sfuggono all’analisi storica.

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Medjugorje, le folgori e il Sant’Uffizio

Medjugorje, statua della beata Vergine.
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Disse poi ai discepoli: “Verranno giorni in cui desidererete vedere anche uno solo dei giorni del Figlio dell’uomo, ma non lo vedrete. Vi diranno: “Eccolo là”, oppure: “Eccolo qui”; non andateci, non seguiteli. Perché come la folgore, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno.

Così recita un passo del Vangelo della liturgia del 14 novembre (Lc 17,22-24). Un passo ripreso dal pontefice nella sua omelia durante la Messa giornaliera a Santa Marta, prima della partenza per il Quirinale. Un’occasione, quella della quotidiana celebrazione eucaristica del papa, di indubbio interesse, nella quale sovente Francesco si esprime a braccio, con la libertà che è propria del suo stile personale e pastorale e che continua a contraddistinguerlo anche nel suo servizio petrino.

Rifacendosi alle parole del Vangelo, ha spiegato papa Francesco: «La curiosità ci spinge a voler sentire che il Signore è qua oppure è là; o ci fa dire: “Ma io conosco un veggente, una veggente, che riceve lettere della Madonna, messaggi dalla Madonna». «Ma, guardi – ha proseguito il papa – la Madonna è Madre! E ci ama a tutti noi. Ma non è un capoufficio della Posta, per inviare messaggi tutti i giorni». «Queste novità – ha affermato – allontanano dal Vangelo, allontanano dallo Spirito Santo, allontanano dalla pace e dalla sapienza, dalla gloria di Dio, dalla bellezza di Dio», perché «Gesù dice che il Regno di Dio non viene in modo da attirare l’attenzione: viene nella saggezza».

Parole che possono destare sorpresa e che in pochi sembrano aver notato, soprattutto pronunciate da un pontefice che ha fatto della devozione mariana – ma non del semplicismo – uno dei tratti caratterizzanti del suo pontificato. Parole che però possono forse meglio comprendersi alla luce di alcuni pronunciamenti che le hanno precedute nei giorni scorsi, per bocca, anzi per mano, del prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, prelato vicino a papa Francesco e già autore di precedenti chiarimenti che ne mostravano la sintonia con il Santo Padre su alcune questioni dottrinali di capitale importanza, come divorzio ed Eucaristia.

Affidate ad una lettera inviata alla Conferenza episcopale americana il 21 ottobre 2013 per mezzo del nunzio apostolico degli Stati Uniti, Marco Maria Viganò, e successive ad un’altra missiva del 27 febbraio dello stesso anno e di medesimo argomento, le direttive del vertice dell’antico Sant’Uffizio hanno cominciato a circolare soltanto la scorsa settimana.

Nel testo si legge che, mentre il processo di accertamento sul fenomeno di Medjugorje è ancora in corso, la Chiesa sospende il giudizio sulle “apparizioni” (le virgolette sono presenti anche nel testo originale della lettera) mariane. Ad aver motivato l’invio della missiva una serie di incontri previsti in alcune parrocchie statunitensi e tenuti da Ivan Dragicevic, «one of the so-called visionaries of Medjogorje» («uno dei cosiddetti veggenti di Medjugorje», si legge nella lettera).

Ciò che più ha creato problemi – come è facilmente comprensibile – è però la notizia che «it is anticipated, moreover, that Mr. Dragicevic will be receiving ‘apparitions’ during these scheduled appearances» («è stato anche anticipato che il Signor Dragicevic avrà le “apparizioni” [sic] durante questi incontri», sempre nel testo della missiva).

Stante questa situazione, viene ribadita dai vertici della Congregazione la linea ufficiale del 1991, secondo la quale «sulla base delle ricerche che sono state condotte, non è possibile affermare che ci siano state apparizioni o rivelazioni soprannaturali» (dichiarazione dei Vescovi della ex Repubblica Jugoslava, 10 aprile 1991). «Ne deriva, perciò, che i chierici e i fedeli non possono partecipare ad incontri, conferenze, o celebrazioni pubbliche in cui la credibilità di queste “apparizioni” [sic] venga data per certa […] con lo scopo, quindi, di evitare scandali e confusione» nei fedeli americani (e non solo).

A questo proposito è utile – in questo come in altri casi – rifarsi al Catechismo della Chiesa Cattolica. Leggiamo nella parte prima, sezione prima, capitolo secondo, articolo terzo, ai punti 66 e 67:

66 «L’economia cristiana, in quanto è Alleanza nuova e definitiva, non passerà mai e non c’è da aspettarsi alcuna nuova rivelazione pubblica prima della manifestazione gloriosa del Signore nostro Gesù Cristo». Tuttavia, anche se la Rivelazione è compiuta, non è però completamente esplicitata; toccherà alla fede cristiana coglierne gradualmente tutta la portata nel corso dei secoli.

67 Lungo i secoli ci sono state delle rivelazioni chiamate «private», alcune delle quali sono state riconosciute dall’autorità della Chiesa. Esse non appartengono tuttavia al deposito della fede. Il loro ruolo non è quello di «migliorare» o di «completare» la Rivelazione definitiva di Cristo, ma di aiutare a viverla più pienamente in una determinata epoca storica. Guidato dal Magistero della Chiesa, il senso dei fedeli sa discernere e accogliere ciò che in queste rivelazioni costituisce un appello autentico di Cristo o dei suoi santi alla Chiesa.

La fede cristiana non può accettare «rivelazioni» che pretendono di superare o correggere la Rivelazione di cui Cristo è il compimento. È il caso di alcune religioni non cristiane ed anche di alcune recenti sette che si fondano su tali «rivelazioni».

San Paolo, il «cupio dissolvi» e il sottile piacere del disfacimento

Antonio del Castillo y Saavedra, San Paolo Apostolo, 1616-1668, collezione privata.
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Mentre in politica – e nel Belpaese – invece del latino la vera “lingua morta” sembra essere sempre più l’italiano, tanto nella forma quanto nei contenuti, un’inatteso – ma forse non così imprevedibile – rispolvero della lingua latina si deve ad una recente dichiarazione del presidente del Consiglio Letta («continuo a non vedere quali alternative serie per il paese ci siano intorno al cupio dissolvi»), rimbalzata sui principali organi di informazioni. Nulla di nuovo nella sostanza del messaggio. Dopo un certo sbigottimento iniziale, invece, ciò che stupisce è che nella abituale cacofonia politica qualcuno – e non pochi, e forse sta qui lo stupore – abbiano iniziato a chiedersi cosa fosse questo «cupio dissolvi», che ai più ispirava sentimenti di cupa mestizia, complice anche il clima del Belpaese.

Un’occhiata alla Bibbia, tenendo conto di alcuni tratti della formazione del presidente del Consiglio, è sembrata d’obbligo. «Coartor autem ex his duobus: desiderium habens dissolvi et cum Christo esse, multo magis melius» («Sono stretto infatti fra queste due cose: ho il desiderio di lasciare questa vita per essere con Cristo, il che sarebbe assai meglio»), leggiamo al versetto 24 della lettera di Paolo ai cristiani di Filippi. Per comprendere il riferimento paolino è utile considerare l’intero contesto (o almeno quello immediatamente circostante, in Fil 1,21-26).

La traduzione in italiano della Bibbia riporta quel «cupio dissolvi» come «il desiderio di essere sciolto dal corpo [per essere con Cristo]» (testo del 1974) o come «il desiderio di lasciare questa vita [per essere con Cristo]» (testo del 2008). In entrambi i casi il dubbio espresso da Paolo sembrerà riecheggiare – con minor valenza teologica e con maggiore pathos teatrale – nell’opera di Shakespeare, nell’amletico «essere o non essere»: morire o vivere, dissolversi (in Cristo, per Paolo) o resistere. Nella missione evangelizzatrice o nella leadership di governo.

La frase ritorna con frequenza nella patristica latina, pur con varianti, e figura per fama nell’opera di Tertulliano, apologeta cristiano del II-III secolo: «Cupio dissolvi et esse cum Christo, dicit Apostolus» (De patientia 9, 5). Tale fu ripresa anche da Tommaso d’Aquino nella sua Summa Theologiae (II-II, q. 25, a. 5, arg. 1; II-II, q. 28, a. 2, arg. 3; II-II, q. 185, a. 4, co.) e nel Commento alle Sentenze di Pietro Lombardo (IV, Dist. 45, q. 1, a. 1).

Reso famoso dall’ambiente patristico, trasfigurato dalla mistica cristiana di età medievale, il «cupio dissolvi» ha assunto nel corso del Novecento accezioni talvolta profane, arrivando ad esprimere concetti di rifiuto dell’esistenza e di autodistruzione di matrice nichilista. Resta da vedere come lo intendesse il premier Letta. O come lo intendano i suoi alleati.

Nell’immagine: Antonio del Castillo y Saavedra, San Paolo Apostolo, 1616-1668, collezione privata.

I quattro novissimi dell’arte

Bernt Notke, Danza macabra (particolare), fine XV sec., Tallinn, Chiesa di San Nicolò.
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Definire “novissima” la morte non suona certamente orginale. In realtà questo termine, adattamento del latino novissĭma, sta ad indicare nella teologia cristiana le cose ultime, quelle cui va incontro ineluttabilmente ogni uomo, come la tradizione di questi giorni, privata della sua componente cucurbitacea, ci ricorda.

Morte, giudizio particolare, Paradiso e Inferno, a tratteggiare per il singolo il più generale quadro escatologico del destino ultimo dell’intera umanità. Cose sulle quali teologia ed arte hanno ampiamente riflettuto, giungendo in entrambi i casi a significative vette elaborative, che per l’arte culminarono nel tardo Medioevo in un vero e proprio filone, detto appunto dei quattro novissimi.

Un’elaborazione alla quale diede certamente un insolito – e drammaticamente energico – spunto l’esperienza traumatizzante della peste, alla quale si dovette fra il 1347 e il 1353 la morte di almeno un terzo della popolazione del continente europeo ed eguali decurtazioni di vite in Asia e nel Vicino Oriente. Un avvenimento affatto nuovo e forse anche neppure così inatteso, ma che costrinse una società illusa dalla crescita – più economica che solidale – della tarda età medievale a fare i conti con fattori che la partita doppia dei massari non aveva considerato.

L’epidemia creò le condizioni per l’instaurazione di un rapporto quotidiano, personale e del tutto nuovo con la morte, qualcosa che dalle epoche successive si cercò progressivamente – e con apparente successo – di tornare ad allontanare, sino ancora ai giorni nostri. L’arte ne trasse un inatteso ed originale impulso, confrontandosi con concetti sino a quel momento in gran parte banditi da soggetti pensati in gran parte per mostrare il bello, il buono, l’edificante.

Quest’ultimo messaggio, in verità, non venne meno, ma si connotò di una componente di energica, bruta e realistica fisicità sino a quel momento sconosciuta anche nelle epoche d’oro del naturalismo, e che si fuse rapidamente con i più miti – sebbene non meno vividi ed energici – riferimenti scritturali, veri dominatori sino a quel momento di gran parte dell’arte medievale. Nell’insinuarsi di un gusto per il macabro e lo scioccante, si fece strada una nuova consapevolezza della morte e, con questa, il poderoso cambiamento delle codificazioni artistiche ad essa abbinate, specie nella scultura e nella pittura.

Corpi smagriti in decomposizione (come nei monumenti funebri detti transi, fra i quali caso notevole è la tomba dell’arcivescovo inglese Henry Chichele), ossa esposte, balli commisti di vivi e morti (come nel genere della danse macabretotentanzdanza macabra, diffusa soprattutto nell’Europa centrale e settentrionale), trionfi della malattia e della morte (come nel celebre Trionfo della morte di Buonamico di Martino o Buffalmacco, presso il Camposanto di Pisa), instradamenti di buoni e cattivi a differenti destini eterni (come nel celebre Trittico di Danzica di Memling) si mescolarono e si fusero con le celebrazioni artistiche della vita mondana di fine secolo.

Veri memento mori nella loro traduzione artistica della vanità dell’esistenza, ma anche strumenti di conversione attentamente progettati e collocati in punti strategici all’interno di chiese e cimiteri, a servire da contemplazione e ammonimento. Sorprende ancora oggi l’efficacia delle iscrizioni – veri e propri slogan ante litteram – che invitano prepotentemente al ricordo, all’umiltà e al pentimento: dal più comune noi eravamo come voi, voi sarete come noi, fino ai più elaborati quel che sarete voi, noi siamo adesso: chi si scorda di noi scorda sé stesso (ossario presso la chiesa di San Francesco al Fopponino, a Milano). Echi da un’epoca nella quale l’inventiva non aveva bisogno di zucche vuote.

Hans Memling, Trittico di Danzica, 1467-1473 circa, Danzica, Muzeum Narodowe.
Hans Memling, Trittico di Danzica, 1467-1473 circa, Danzica, Muzeum Narodowe.

Nell’immagine principale: Bernt Notke, particolare della Danza macabra, Tallinn, Chiesa di San Nicolò.

La lingua del mare: il Principessa Mafalda e Lampedusa. 86 anni fa come oggi.

Dipinto che raffigura i soccorsi portati al priosfaco Principessa Mafalda
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Un’epoca che può forse sembrarci lontana, ma che la crisi economica ha drammaticamente ripresentato alla mente di molti, non solo nei ricordi, ma sempre più spesso nelle scelte di chi – per lo più giovani – oggi parte alla ricerca di nuove, vecchie, opportunità fuori dal nostro Paese. È una lezione di come una tragedia di quasi 90 anni fa può ancora dirci qualcosa del nostro tempo.

Era il 25 ottobre del 1927 quando il Principessa Mafalda, piroscafo italiano partito da Genova l’11 ottobre e diretto a Buenos Aires, naufragava ad ottanta miglia dalle coste brasiliane, fra Salvador de Bahia e Rio de Janeiro, con il suo carico di emigranti italiani. Nei nomi delle oltre 300 vittime – più di 650 secondo la stampa sudamericana – potevano leggersi tutte le speranze di un’Italia in fuga dalla povertà. Nomi che sembrano raccontarci una storia diversa dai Rahwa, Haile, Aziza delle mille Lampedusa dei nostri giorni, ma che nei fatti e nella comune umanità non è poi così dissimile.

Fiore all’occhiello della navigazione italiana, sul quale avevano viaggiato Toscanini e Pirandello, pensare al «Mafalda» come ad una carretta del mare suona inverosimile. Eppure in quel 1927, al suo ultimo viaggio prima di uno smantellamento rimandato per anni, l’epoca d’oro di questa grande nave era ormai un lontano ricordo, tenuto vivo soltanto da allestimenti invecchiati che quasi vent’anni prima avevano destato l’ammirazione dell’Europa. «Trattamento e servizio tipo hotel di lusso», lo definivano alcuni dei manifesti della propaganda, commerciale e soprattutto politica. Un trattamento riservato ai passeggeri delle prime classi. Facile immaginare come degli oltre mille emigranti imbarcati in quell’ottobre nessuno poté beneficiare dei saloni delle feste, dei tappeti preziosi, dei gobelins e dei quadri d’autore. A loro erano riservati gli immensi stanzoni senza decori e i corridoi delle stive.

Una decadenza e un disastro obliati e taciuti, quelli del «Mafalda». Troppo grande il danno d’immagine per un Paese che stava facendo in quegli anni dell’inaffondabilità – navale e nazionale – il centro della propaganda di Stato. Troppo importante la rotta fra Italia e Sudamerica, nella quale nessun’altra nave in quel momento avrebbe potuto sostituire la vecchia “principessa”. Troppo importante che l’Argentina acconsentisse all’ennesimo carico di speranze italiane, insieme agli ottanta chili d’oro che il governo italiano versava al Paese sudamericano per agevolare l’accoglienza degli emigranti italiani. Troppo importante per ascoltare i tanti, troppi segnali del progressivo cedimento strutturale della nave.

Inclinato da giorni su un fianco, scosso da forti vibrazioni e dai singhiozzi del motore, il 25 ottobre la fiancata del «Mafalda» sfiorava ormai la superficie dell’acqua. La richiesta del comandante Simone Gulì – esperto lupo di mare siciliano – di avere una nave sostitutiva non era stata accolta dalla società armatrice. Proseguire. Con un ultimo scossone, alle cinque di quella sera, ora dello svago e delle danze in prima classe, lo scafo del nave venne squarciato dallo sfilarsi disastroso di una delle eliche. In breve gli ambienti del piroscafo, non protetti dalle porte stagne mal funzionanti, vennero invasi dalla violenza dell’acqua. Per ore i marconisti ripeterono la cantilena di un disperato SOS a telegrafi ammutoliti dal blackout di bordo. I ponti, trasfigurati dalla calca terrorizzata, divennero per decine di passeggeri trappole mortali. Molti altri caddero in mare o rimasero vittima di scialuppe rese malferme dall’incuria. Altri, più fortunati, vennero raccolti dalle lance partite da alcune navi mercantili nei paraggi, accorse a prestare un umano, confuso soccorso. Poco dopo le 22, dopo cinque ore di agonia, il “Titanic italiano” si inabissò, accompagnato sul fondo dell’oceano dalle note della Marcia Reale e in patria da un seguito di retorica nazionalista mirante a minimizzare l’impatto della tragedia sulla popolazione.

Passarono decenni prima che qualcuno scegliesse di indagare più a fondo in quella disgrazia annunciata, tanto prevedibile da sembrare quasi ricercata, nel disprezzo delle più elementari norme di sicurezza marittima e di rispetto della vita. Ma, allora come oggi, il quadro economico che si delineò attorno a questo disastro sembra spiegare l’interessato ottimismo sfoggiato dalle autorità e la coda opportunista di retorica politica e polemiche seguita alla tragedia. Ieri come oggi.

Ad inizio Novecento gli emigranti ad attraversare l’Atlantico erano 150mila. Ogni anno. Il piroscafo traboccava di passeggeri ad ogni viaggio, la rotta era fra le più richieste e redditizie. Trecento lire a biglietto, baccalà e gallette per i più poveri, pasti all’aperto per chi non poteva pagare un sovrapprezzo per un tavolo al coperto. Un carico di umanità nascosta, soprattutto alla sensibilità della prima classe. Un affare di milioni di lire del tempo per gli armatori. Un profitto che fece presto passare in secondo piano la sicurezza e la vita degli uomini, donne e bambini che affollavano ogni più angusto ambiente della nave.

Eppure alle spalle del «Principessa Mafalda» non c’erano organizzazioni criminali senza scrupoli, ma alcune fra le compagnie di navigazione italiane più blasonate del tempo, il Lloyd Italiano prima, la Navigazione Generale Italiana poi. Ma anche in quel caso, per il salvataggio di centinaia di vite, valse più la legge del mare, legge non approvata, non discussa, non contestata ad intermittenza, ma vera legge perché fatta per l’uomo, morale e ragionevole, solidale, fondata sulla vera giustizia. La stessa che probabilmente spinse il comandante Gulì a dirigere le operazioni di evacuazione fino a farsi seppellire con la nave in un oceano di acqua e musica d’orchestra.

Un ultimo tratto, quasi sorprendente, ci fa percepire questa tragedia ancora più attuale: fra le centinaia di emigranti imbarcati, in gran parte liguri, veneti e piemontesi, ve ne erano anche di siriani. Popoli in viaggio, sempre gli stessi, solo talvolta a parti invertite. Almeno per un po’.