La Spagna bella: Murillo, Gaudí e l’arte per il popolo

Bartolomé Esteban Murillo, Santa Famiglia con l'uccellino, 1632, Madrid, Museo del Prado.
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La carenza di investimenti nel comparto della cultura e un mercato dell’arte orientato alle disponibilità economiche dei nuovi ricchi del mondo sembrano delineare con chiarezza un quadro nel quale l’esclusione dei “poveri” – con o senza le virgolette – è palpabile. Eppure nella storia dell’arte le eccezioni sono numerose. Due, in particolare, ci vengono luminosissime dalla Spagna e il loro modello è in grado di dire molto più di fredde e ripetitive politiche sociali, in gran parte destinate a rimanere sulla carta.

È il caso dell’arte di Bartolomé Esteban Pérez Murillo (1618-1682), fra le figure più importanti della pittura barocca spagnola. Nato a Siviglia, città nella quale trascorse gran parte della sua vita, Murillo visse in un periodo che per il Paese fu carico di ambivalenze. Se infatti per l’arte il Seicento fu un’età dell’oro, fu un’epoca ben diversa per gran parte della popolazione: epidemie, carestie e fame avevano reso le città spagnole luoghi di diseredati e vagabondi.

Una situazione tragica che non fu estranea allo stesso Murillo. La condizione del suo popolo – al quale era legatissimo – e le traversie della sua stessa vita (rimase orfano in tenera età e poi vedovo, con quattro figli sopravvissuti dei nove che ebbe dalla moglie) lo portarono a maturare una speciale sensibilità per l’infanzia, che trovò nelle schiere di bambini mendicanti che affollavano le strade di Siviglia un destinatario privilegiato. Un’affezione in grado di trasparire con forza dalle sue opere, tanto nei soggetti quanto nelle tematiche trattate.

Un’attenzione agli ultimi che, unita ad una volontà fattiva, condusse Murillo a legarsi alla committenza di Don Justino de Neve, canonico della cattedrale di Siviglia e già fondatore di santuari, opere pie e dell’Ospedale dei Venerabili per la cura dei sacerdoti anziani o invalidi. Legati da profonda amicizia personale, Murillo e de Neve condivisero la sensibilità per la dignità dei più poveri, che si espresse nel tentativo di sopperire tanto alle loro necessità materiali quanto a quelle spirituali, culturali e – perché no – estetiche, nell’ottica di un’approccio alla persona intesa nella sua indivisibile integrità. Ad essi Murillo intese rivolgersi con la propria arte, recuperando una tradizione arte per il popolo, di bellezza ed elevazione antica di secoli e che aveva avuto con il popolo e i decori delle cattedrali di età medievale una delle sue epoche auree.

Un testimone che possiamo dire raccolto due secoli dopo da Antoni Gaudí (1852-1926). Massimo esponente del modernismo catalano, ma sostanzialmente personalità unica e difficilmente collocabile in categorie rigide, Gaudì mostra coincidenze sorprendenti con alcuni dei tratti più significativi di Esteban Murillo. Innanzitutto i forti legami con la sua terra natale, in questo caso la Catalogna; con la sua capitale, Barcellona; con la sua gente. La stessa che lo condurrà ad intraprendere un’impresa non più tentata da secoli: l’edificazione di una cattedrale. Il risultato è – sarà – il Tempio Espiatorio della Sacra Famiglia, fra le più note cattedrali del mondo, un nome che è un impegno programmatico, di un programma che prima di tutto fu per Gaudì un progetto di vita.

La leggenda – vera – che circonda la Sagrada Familia è celebre: una basilica edificata in quella che era una periferia semi-deserta, una cattedrale costruita grazie alla mendicanza del suo architetto e alle offerte de los pobres, gli stessi poveri fra i quali morirà Gaudì – povero come loro – all’ospedale della Santa Croce, investito da un tram tre giorni prima, mentre si recava all’oratorio di San Filippo Neri. Lo stesso oratorio nella cui cappella, pochi anni prima, Llimona i Bruguera aveva dipinto san Filippo nell’atto di celebrare l’Eucaristia e benedire i bambini con il volto canuto e barbuto dello stesso Gaudì.

La Sagrada Familia, fiore all’occhiello dell’architetto catalano, opera della sua vita per un cliente che no tiene prisa – non ha fretta, come amava ricordare Gaudì – ricca cattedrale dei poveri e per poveri. Non triste e dimessa, ma splendida e svettante. Lontana dal volersi far minima per i poveri, è resa grande per farli grandi assieme a sé e per tutti contenerli, eppure celebrando al tempo stesso la Natività, il farsi piccolo di Dio per eccellenza. Figlio di calderai, gli artigiani del rame, fu Gaudì – e non la sua opera – a farsi piccolo nella Barcellona ambiziosa e avanguardista di inizio Novecento, arrivando a chiedere personalmente l’elemosina – «un centesimo, per amore di Dio» – nelle strade della città che lo aveva reso incredibilmente famoso.

Attenzione ai poveri, ai bambini, alla famiglia, alla dignità della persona integrale e una fede vissuta con coerente impegno fattivo accomunarono questi due grandi artisti. Una volontà che si espresse nel donare bellezza ai poveri – probabilmente non fra i beni più necessari, ma certo fra i più sottovalutati quando si pensa agli interventi di aiuto, in gran parte appiattiti sul mero piano economico – legò due fra i maggiori artisti del mondo e di Spagna. Una Spagna bella, che rende belli.

Nell’immagine: Bartolomé Esteban Murillo, Santa Famiglia con l’uccellino, 1632, Madrid, Museo del Prado.

Trekking urbano, slow touring, vagabonding: turismo e arte a passo d’uomo

Siena, Torre del Mangia.
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C’è chi visita Roma in tre giorni e alla fine del tour si è fatto una cultura di sedili di bus e metropolitane. E c’è chi, anche nel turismo, si prende il suo tempo. Se obesità e mal di stomaco sono figli della (non) cultura dei fast-food, confusione e vesciche ai piedi lo sono del “turismo rapido“, pratica diffusa e alla quale certo tutti, prima o poi, si è costretti per diverse ragioni: vacanze ridotte all’osso, lavoro o studio che premono sul poco tempo libero a disposizione. Ma è quando si scopre che non sempre – quasi mai – il “vedere tutto” è migliore del “vedere bene” che si approda in quella che una fantasia prevalentemente anglofona ha chiamato urban-trekking, slow touring, vagabonding, ma che rimane una pratica che trova in Italia una delle sue mete privilegiate e nella cultura italiana una delle più adatte e ricettive. Un turismo a passo d’uomo, un po’ figlio del ritmo del pellegrino medievale e un po’ della moderna sostenibilità, nel quale sono la città e l’arte ad adattarsi ai ritmi umani e non il contrario.

Una buona notizia, che merita certamente di essere festeggiata e che infatti Siena, fra le città capofila di questa pratica di umanità e arte, celebrerà dal 25 ottobre fino al 3 novembre. Ad essere ricordati saranno i dieci anni dell’iniziativa Trekking urbano, che coinvolge ormai 34 comuni italiani (pochi), con eventi che spazieranno dalla scoperta delle stanze segrete del Palazzo comunale, uno fra gli edifici più rappresentativi di un certo Medioevo italiano, al volo in mongolfiera sopra l’inconfondibile profilo della città toscana. Le opere dell’ingegno e del lavoro di Giovanni Pisano, Lippo Memmi, Sano di Pietro, Giovanni Antonio Bazzi detto “il Sodoma”, Lorenzo di Pietro “il Vecchietta”, Domenico e Rutilio Manetti si apriranno all’osservatore come una lunga corsa dal Trecento all’epoca moderna. Una corsa lenta, che è impossibile farsi scappare.

Nell’immagine: Siena, Torre dela Mangia.

Il Cristóbal fuggiasco

Buenos Aires, Casa rosada, monumento a Cristòbal Colòn (Cristoforo Colombo).
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Il progetto era già stato annunciato nella primavera scorsa, ma l’opposizione di una parte considerevole della popolazione ne aveva rimandato la messa in pratica. Una delle più famose statue d’Argentina, quella di Cristóbal Colón, il “nostro” Cristoforo Colombo, cambierà casa. Forse. Probabilmente. Collocata nel 1910 di fronte alla celebre Casa Rosada, sede della Presidenza della Repubblica a Buenos Aires, la statua dello scopritore delle Americhe (o delle Indie) dovrà cedere il posto d’onore a Juana Azurduy, eroina sudamericana dell’indipendenza di Argentina e Bolivia.

La decisione della presidentessa argentina Cristina Kirchner segue un analogo pronunciamento del 2009 del collega venezuelano Hugo Chavez. In quel caso a cadere fu il Colombo di Caracas, «uno sterminatore peggio di Hitler» – secondo quanto si può leggere nelle motivazioni – iniziatore del «peggior genocidio della storia» («el jefe del genocidio más grande que se recuerde en la historia»).

Anche se di toni più miti, le ragioni argentine non si discostano nelle interpretazioni da quelle del battagliero venezuelano e appaiono riconducibili alla necessità di rompere con una lettura della storia sudamericana, ritenuta esclusivamente euro-centrica, e di inserirsi in un più ampio revisionismo, che fra le altre cose ha condotto a ribattezzare il 12 ottobre – un tempo ricordato come il giorno della scoperta dell’America – come il Día del Respeto a la Diversidad Cultural. A farne le spese la statua di Colombo, simbolo del Vecchio Mondo. Un mondo ritenuto ormai vecchio.

Va da sé che ad opporsi al progetto di sostituzione, sin da subito, è stata la nutrita comunità italiana latino-americana. La statua, realizzata in pregiato marmo di Carrara dallo scultore fiorentino Arnaldo Zocchi, è un dono della stessa comunità di immigrati italiani e da sempre il simbolo del legame fra le due sponde dell’oceano. Un legame che però, a quanto pare, non evoca nella mente di tutti immagini positive.

I più maliziosi hanno voluto vedere nella decisione della presidentessa una rivalsa contro uno degli argentini recentemente divenuti più celebri, un certo ex-cardinale Bergoglio, fra i più noti esponenti di quella cultura di incontro, geografico e soprattutto culturale, fra Italia emigrante e Sudamerica. In pochi hanno creduto alla plateale riappacificazione fra la Kirchner e Bergoglio in seguito alla sua elezione a pontefice, ed è noto come le relazioni di Bergoglio con i coniugi Kirchner non siano mai state né buone né facili, avendo nell’approvazione delle unioni omosessuali nel Paese soltanto l’ultima delle numerose tappe di intenso attrito.

Ma della statua del “perfido” Cristóbal che ne sarà? Nelle intenzioni del governo dovrebbe essere presto trasferita a Mar del Plata, rinomata – e modaiola – località di mare a 600 km da Buenos Aires. Se da là Colombo non potrà scorgere Genova, per lo meno si godrà le feste in spiaggia. Un piccolo viaggio per lo scopritore delle Americhe.

Tutto risolto, dunque. Non proprio. In realtà, per il momento, la statua giace in fase di restauro sul retro della Casa Rosada. Un restauro che, complici anche l’opposizione della cittadinanza e di parte del mondo politico, si annuncia lungo. Esploratore, eroe o criminale, Cristoforo Colombo qualcosa ha insegnato: in caso di problemi, procrastinazione. Italia docet.

Una mezza novità: la lingua tzotzil nella liturgia

Tzotzil, celebrazione.
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Probabilmente una parte della stampa la bollerà come l’ennesima “rivoluzione” del Pontefice, ma l’autorizzazione concessa da Papa Francesco alla celebrazione di liturgia e sacramenti in tzotzil e tzeltal, le antiche lingue autoctone degli altopiani centrali del Chiapas, in Messico, si inserisce in un solco lungo secoli – quello dell’inculturazione – in gran parte amerindio e gesuita.

Discendenti dei maya, tzotzil e tzeltal sono fra i gruppi indigeni più numerosi e nei decenni si sono distinti per la fiera difesa della propria lingua tradizionale. E non solo della lingua. In un’area funestata per anni da guerre e guerriglie, è ancora “fresco” nella memoria l’allontanamento dei sacerdoti cattolici da parte di alcuni indigeni tzotzil legati ai culti pagani. Da allora una parte della popolazione pratica una commistione di ritualità pagana e Cristianesimo, sigarette, alcol e Coca-Cola.

Naturalmente questa è un’altra storia e ciò che da Roma si mira ad ottenere è soltanto una maggiore valorizzazione di quello che è considerato un importante tratto culturale delle popolazioni locali. «L’approvazione per l’uso delle formule sacramentali in tzeltal e tzotzil per il battesimo, la cresima, la messa, la confessione, l’unzione degli infermi e l’ordinazione» è arrivata in sordina, come ci si aspetta da qualcosa che non è una novità. O che lo è soltanto a metà. I nuovi testi in tzotzil e tzeltal, redatti da esperti, sono stati esaminati ed approvati dalle Congregazioni romane per il Culto Divino e la Dottrina della Fede, che ne hanno saggiato il mantenimento dell’ortodossia.

Nel frattempo un procedimento simile potrebbe presto interessare anche un’altra lingua messicana, il náhuatl. L’apripista? La Vergine di Guadalupe che, apparendo all’indio Juan Diego il 9 dicembre 1531, si rivolse a lui in questo idioma. Come a Lourdes, dove alla giovane Bernadette Soubirous la Vergine parlò nel patois guascone. Miracoli e miracoli della tutela del patrimonio linguistico.

Italia: i monumenti a rischio

Venezia, canali.
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È stata diffusa dal World Monuments Watch, come ogni due anni a questa parte dal 1996, la lista mondiale dei monumenti “sorvegliati speciali”. Città e patrimoni artistici, in pericolo per diverse ragioni, dall’incuria alla guerra. I siti quest’anno sono 67. L’Italia presenta quattro criticità: la città di Venezia, il centro storico dell’Aquila, il Muro dei Francesi e l’Uccelliera degli Horti Farnesiani (Palatino) a Roma.

Dopo le denunce degli scorsi giorni, anche a livello mondiale si riconosce il danno crescente che il turismo incontrollato sta producendo – insieme ad alcuni innegabili vantaggi, per lo più economici – alla città di Venezia. Anche in questo caso il grosso della colpa è fatto ricadere sull’impatto delle “sfilate” delle grandi navi da crociera. Discorso diverso per L’Aquila, colpita dal sisma del 2009 e ancora lontana dal recuperare la sua splendida forma pre-disastro. Roma la fa da padrona con due siti sotto osservazione: piccolo (e semi-sconosciuto) il cosiddetto Muro dei Francesi, vicino Ciampino, recentemente al centro di importanti scoperte archeologiche e minacciato da una sempre più ravvicinata costruzione selvaggia; non molto nota anche l’Uccelliera degli Horti Farnesiani, sul colle Palatino: nella generale opera di ristrutturazione dei Giardini, l’Uccelliera – anch’essa particolarmente bisognosa di restauri – è rimasta intoccata.

Ora che il mondo ci osserva in modo speciale, speriamo che anche noi impariamo a guardare noi stessi con maggiore rispetto.