Il sangue e il nulla

Il sangue e il nulla

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Dalla visita di papa Francesco alla Moschea Blu alla mischia di una nuova “guerra di civiltà”: può un Occidente incamminato sulla strada di un nichilismo stereotipato e cacofonico opporsi efficacemente all’avanzata dei totalitarismi e dei terrorismi?


«La vera minaccia per la loro identità non la vedono nella fede cristiana, ma invece nel disprezzo di Dio e nel cinismo che considera il dileggio del sacro un diritto della libertà ed eleva l’utilità a supremo criterio per i futuri successi della ricerca. Cari amici, questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo! La tolleranza di cui abbiamo urgente bisogno comprende il timor di Dio – il rispetto di ciò che per l’altro è cosa sacra». Così si esprimeva Benedetto XVI il 10 settembre 2006 nella sua omelia a Monaco di Baviera, in occasione del viaggio apostolico in Germania. Nelle stessa omelia, l’allora pontefice elogiò il ruolo della libertà in una fede cristiana che «non imponiamo a nessuno. Un simile genere di proselitismo è contrario al Cristianesimo. La fede può svilupparsi soltanto nella libertà».

Desta sempre una certa impressione constatare nei resoconti delle tragedie succedutesi in questi ultimi giorni quanto lo scivolamento linguistico verso terminologie più adatte ai proclami che alle cronache sia un processo – culturale prima che semantico – ormai avanzato, sulle cui radici varrebbe la pena riflettere. Così come varrebbe la pena soffermarsi sulle ragioni – di emotività, di opportunità, di audience – che hanno condotto molti degli stessi media che alla fine del novembre scorso salutavano la visita di papa Francesco alla Moschea Blu di Istanbul come il simbolo di una stagione di rispetto e dialogo interreligioso, ad accalcarsi oggi nella mischia della guerra di civiltà, soffocando nella sanguinarietà di immagini drammatiche il sostrato di un’incomunicabilità più o meno alimentata e presente da anni. Una tematica, questa, che pure non ha mancato di riemergere in alcune riflessioni in queste ore, quasi ignorata. Considerazioni da fare a sangue rappreso e terrore sospeso, che iniziano a trovare spazio nelle riflessioni di membri della Chiesa e di molti commentatori laici, specialmente anglosassoni.

Accanto alle espressioni in difesa del dialogo interreligioso, «sola via da percorrere insieme per dissipare i pregiudizi», se ne è parlato nella dichiarazione congiunta del cardinale francese Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, e di quattro imam francesi: pur nello shock per «l’odioso attentato», i membri della delegazione ribadiscono come sia necessario tenere conto dell’«impatto dei mezzi di comunicazione» e pertanto «invitano i loro responsabili a offrire una informazione rispettosa delle religioni, dei loro fedeli e delle loro pratiche, promuovendo così una cultura dell’incontro». In termini simili si era già espressa una dichiarazione congiunta della Santa Sede e del Comitato al-Azhar nel febbraio 2009. In essa si sottolineava come «i media svolgono un ruolo prioritario e hanno una responsabilità importante nella promozione di rapporti positivi e rispettosi tra fedeli di diverse religioni». Il cardinale Jean-Louis Tauran era allora a capo della delegazione cattolica.

«Se è vero che le democrazie occidentali si reggono sul principio di tutela della libertà, compresa la libertà di opinione e di manifestazione del pensiero attraverso i mezzi di comunicazione, per cui è inconcepibile qualsivoglia censura, è altrettanto vero che la libertà non può essere un sacco vuoto», ha dichiarato monsignor Alberto Franzini, parroco del Duomo di Cremona, a proposito dei tragici fatti del Charlie Hebdo. «La satira, certo, è parte integrante della libertà di espressione: ma fino a quando la satira è satira? Qual è il confine tra satira e rispetto dell’altro?».

Le denunce delle nostre attuali società occidentali, giustamente pronte ad indignarsi e scendere in piazza contro il terrorismo, la pena di morte e la guerra – prosegue monsignor Franzini – «rischiano di essere ipocrite, se non sono accompagnate dalla messa al bando di ogni forma di violenza che contrasta con la proclamazione della dignità di ogni essere umano, che va rispettato dal suo concepimento nel grembo materno fino al compimento naturale della sua esistenza. Il silenzio dell’Occidente, nel nome di interessi economici e di convenienze politiche, di fronte alle ingiustizie commesse dagli jihadisti o di fronte alle persecuzioni contro i cristiani e contro altre minoranze religiose in varie parti dell’Asia e dell’Africa, finisce per produrre quello sfiancamento culturale, educativo e religioso che costituisce l’ambiente più propizio per lo scatenarsi dell’odio e della violenza».

«La libertà di stampa, pensiero e opinione autorizza a pubblicare di tutto, non però ciò che è contro la dignità della persona umana e tanto meno contro la dignità di Dio e della sua Rivelazione. Come tutto ciò che è realtà umana – e la libertà di stampa rientra in questo vasto campo – può e talvolta deve sapersi limitare», puntualizza don Giancarlo Conte, storico parroco di San Giuseppe Operaio, a Piacenza. «È possibile sperare che la libertà di stampa si limiti nello scrivere o disegnare irridendo tutto e tutti?». «Ciò che vale più di tutto però è la vita umana, anche degli autori di quelle pagine satiriche. Alla libertà di espressione chiediamo da ultimo un più severo autocontrollo per quanto riguarda Dio e la fede di milioni di donne e uomini che – pur non ribellandosi se non a parole – soffrono per le gratuite bestemmie e oscenità verso il divino. E, per favore, non mi si chiami intollerante».

Riflessioni che in questi ultimi giorni trovano sempre più spazio, talvolta inaspettatamente, anche fra i commentatori laici, specialmente anglosassoni. Nei giorni scorsi ha fatto discutere la presa di posizione del britannico Financial Times («[Charlie Hebdo] non è comunque il più convincente campione della libertà di espressione»), così come il recente articolo dell’americano David Brooks per il New York Times («I Am Not Charlie Hebdo»). «La reazione pubblica all’attacco a Parigi – scrive Brooks – ha rivelato che ci sono molte persone che sono pronte a trattare come una celebrità coloro che offendono le visioni dei terroristi islamici in Francia, ma che sono molto meno tolleranti verso coloro che offendono le loro opinioni». «La prima cosa da dire, suppongo – prosegue il giornalista americano – è che qualunque cosa potreste aver messo ieri sulla vostra pagina di Facebook, è impreciso per la maggior parte di noi sostenere che Je Suis Charlie Hebdo o I Am Charlie Hebdo. La maggior parte di noi in realtà non usa il tipo di umorismo deliberatamente offensivo nel quale quel giornale è specializzato».

Significativo anche il commento del vignettista sudanese Khalid Albaih, per anni personalmente in lotta contro la censura. Seppure «nessuno può imporre loro [ai vignettisti di Charlie Hebdo] di cosa parlare, è una la loro scelta», la «trovavo una pubblicazione piuttosto razzista e volgare. Essere un vignettista con tutta la libertà d’espressione che garantisce lavorare in Occidente significa avere un grande potere. E loro lo usavano per alimentare stereotipi già difficili da sradicare. […] Certamente quelle pubblicazioni hanno colpito tutta l’area musulmana, causando ondate di proteste, ma niente di così violento».

Altre riflessioni forse troveranno spazio nei prossimi giorni, non più tardi dell’inquietante constatazione di quanto un Occidente incamminato sulla strada di un nichilismo stereotipato e cacofonico sia sempre meno in grado di opporsi efficacemente all’avanzata dei totalitarismi e dei terrorismi, di qualunque matrice essi siano.

Nell’immagine: Una vignetta di Khalid Albaih. “Oppressione, rivoluzione, riforme”.

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Simone Varisco

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