Mark Twain e Albino Luciani

Altro che analista. La vera terapia è nella letteratura

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Francesco ha Gabriel García Márquez, Giovanni Paolo I aveva Mark Twain. Fra passione per la letteratura, ricerca della felicità e «poveri scriccioli», come scrisse di sé Albino Luciani.

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Donna, psicologa e di religione ebraica. Gli ingredienti per dare rilievo internazionale alle frequentazioni terapeutiche di un Jorge Mario Bergoglio 42enne – uscente provinciale dei gesuiti d’Argentina e rettore del Collegio Máximo – sono tutte qui, condite con una buona dose di pettegolezzo. La volontà di «chiarire alcune cose», come ha spiegato lo stesso Francesco in uno dei dialoghi con il sociologo francese Dominique Wolton raccolti nel libro Politique et société (L’observatoire, 2017). Forse una serenità venuta a mancare, perduta come tra le pieghe dei mondi immaginifici di Gabriel García Márquez.

Ha giustamente colpito, in questi giorni di viaggio apostolico in Colombia, l’abbondanza di citazioni che il Papa ha tratto da Gabriel García Márquez. Dello stile del Gabo, lo ammetto, sono un estimatore. Sui banchi di scuola lo definiscono “realismo magico”, come l’omonima corrente pittorica del primo Novecento. A ragione, probabilmente, non lo chiamano serenità. Auto-compiacimento, pessimismo, solitudine e socialità si accompagnano nel paradiso perduto e vibrante di Macondo. Un mondo «arrivato alla fine di ogni speranza, più in là della gloria e della nostalgia della gloria», come scrive l’autore colombiano in Cent’anni di solitudine, e per questo lontano dalla visione cristiana e dal Cristianesimo per come è vissuto dallo stesso Francesco. Qualcosa che però non ha impedito al Papa di godere molto – così ha detto – dei suoi libri e di impiegarli anche con alcuni dei suoi allievi gesuiti, né di citarli a più riprese nel corso del suo viaggio apostolico in Colombia.

Cose da «poveri scriccioli» provò a spiegare di sé e della propria passione delle citazioni Albino Luciani. Da patriarca di Venezia, il futuro Giovanni Paolo I scherzò più volte sull’uso di rievocare Mark Twain, scrittore tutt’altro che ortodosso, negli anni dell’episcopato a Vittorio Veneto e della straordinaria opera di catechista, spiegandone la ragione in una lettera indirizzata allo stesso romanziere americano in Illustrissimi. Lettere ai grandi del passato. «Caro Mark Twain, Ella è stato uno degli autori preferiti della mia adolescenza. […] I miei alunni si eccitavano quando annunciavo: “Adesso ve ne racconto un’altra di Mark Twain”. Temo, invece, che i miei diocesani si scandalizzino: “Un vescovo che cita Mark Twain!”. Forse bisognerebbe prima spiegare loro che, come sono vari i libri, così sono vari i vescovi. Alcuni, infatti, rassomigliano ad aquile, che planano con documenti magistrali di alto livello; altri sono usignoli, che cantano le lodi del Signore in modo meraviglioso; altri, invece, sono poveri scriccioli, che, sull’ultima rama dell’albero ecclesiale, squittiscono soltanto, cercando di dire qualche pensiero su temi vastissimi. Io, caro Twain appartengo all’ultima categoria».

Da Alessandro Manzoni a Chesterton, da Dickens a Goethe, da Pinocchio a Cicikov, nei pensieri e negli scritti del vescovo Luciani la letteratura non manca. Sulle citazioni di Gabriel García Márquez inanellate da Francesco, invece, almeno uno scrittore colombiano sarebbe in disaccordo: Nicolás Gómez Dávila, autore poco conosciuto fuori dalla Colombia e soltanto recentemente rivalutato. Di García Márquez, Nobel nel 1982 e imprescindibile riferimento per la letteratura colombiana, Nicolás Gómez Dávila si vantava di non possedere neppure un libro. Non per ignoranza, si badi, ma per precisa opposizione. Autore di aforismi folgoranti, per Franco Volpi Dávila fu un «reazionario perfetto» nel suo contrasto al mondo moderno e un «Nietzsche colombiano». Un pensatore in grado di rilevare come «i Vangeli e il Manifesto del partito comunista sbiadiscono; il futuro del mondo appartiene alla Coca-Cola e alla pornografia», ma anche che «il più grande errore moderno non è l’annuncio della morte di Dio, ma l’essersi persuasi della morte del diavolo». Su questo Chesterton, e probabilmente neppure Luciani e Bergoglio, avrebbero nulla da obiettare.

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Francesco ha Gabriel García Márquez, Giovanni Paolo I aveva Mark Twain. Fra ricerca della felicità e «poveri scriccioli», come scrisse di sé Albino Luciani.
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